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Sinodo dell’Amazzonia: la reale posta in gioco

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Il Sinodo dell’Amazzonia sta causando irritazioni e perplessità in innumerevoli cattolici. E ciò era ravvisabile già dall’iniziale documento di lavoro (Instrumentum laboris), una sorta di proclama verde venato da chiare simpatie per le abitudini (pagane) dei popoli della regione amazzonica.

Il malessere è aumentato con la pubblicazione della lista dei partecipanti al Sinodo, giacché fra di loro si trovavano alcuni fra i più radicali esponenti della Teologia della Liberazione, della Teologia India e della Eco-teologia, tutti orientamenti teologici che propongono alla Chiesa Cattolica una nuova strada, abbandonando in modo netto elementi della Tradizione e del Magistero. Poi, a poco a poco, si è visto che questo processo sfociava in pratiche pagane compiute a Sinodo iniziato e a dichiarazioni eterodosse pronunziate qua e là, nei briefing e nelle conversazioni con i giornalisti della Sala Stampa Vaticana da parte dei partecipanti all’evento.

Come si è potuto arrivare a questa situazione? Cosa sta avvenendo in certi settori della Chiesa Cattolica?

 

Hans Küng: punto di partenza

Nel suo libro Sette Papi (2015), il teologo Hans Küng descrive quello che ritiene essere il male fondamentale della Chiesa Cattolica: la costituzione in Vaticano di un apparato efficiente sotto il pontificato di Innocenzo III (Papa dal 1198 al 1216), cioè, la Curia Romana. I progressisti cattolici, con diverse sfumature, sono quasi unanimi nel denunciare che in quell’epoca la Chiesa divenne un apparato burocratico che soffocava lo spirito. Da allora, la fede sincera e pura non sarebbe stata più al centro ma sostituita dal Diritto canonico, dai documenti del Magistero, dall’ambizione di potere dei Papi e dall’amministrazione ecclesiastica.

Una caricatura, che emerge soltanto in quelle menti in cui non esiste la dimensione della Chiesa come istituzione a carattere sovrannaturale la cui vita è sostenuta permanentemente dalla Grazia divina. Da lì si giunge alla conclusione che la vita reale della Chiesa sarebbe potuta essere completamente diversa, come se la Divina Provvidenza non avesse avuto un ruolo nella sua storia o l’avesse abbandonata completamente su strade sbagliate. Perciò, il progressismo odierno disprezza la storia della Chiesa così com’è stata, pretendendo di incanalarla diversamente.

In merito a questa pretesa, vediamo due diverse vie: quell’europea e quella sudamericana.

 

La visione europea del card. Marx e congeneri

Sappiamo a cosa ambisce il cattolicesimo progressista europeo: l’adattamento della Chiesa allo spirito dei tempi, a cui viene attribuito una sorta di autorità “rivelata” su come dovrebbe essere vissuta la fede oggi. Perciò, una dietro l’altra, cadono le barriere alle tesi dominanti del tempo attuale che finiscono per essere accettate e teologicamente giustificate: la Chiesa deve essere democratizzata, la morale sessuale deve adattarsi agli usi della gente comune, il femminismo deve imporsi nella Chiesa ad ogni livello, la ecologia deve essere la sua preoccupazione principale.

La Tradizione, la storia della Chiesa, il Magistero ecclesiastico, i dogmi, la pietà popolare sono visti come una zavorra di cui prima o poi disfarsi. La Chiesa dovrebbe così reinventarsi continuamente in ambito teologico, morale, liturgico, e nella sua prassi quotidiana.

 

La visione “liberazionista” latinoamericana del card. Hummes e congeneri

In Sudamerica il progressismo ha preso una via diversa, fortemente influenzata dal marxismo: quella della cosiddetta “Teologia della Liberazione” e l’adozione di metodi di lotta di classe sia nella società che nella Chiesa, seguendo il paradigma classico della lotta di una classe oppressa contro una classe oppressiva.

Poiché la fede cattolica non conosce “classi”, la Teologia della Liberazione venne censurata dalla Santa Sede più volte e in particolare dall’Istruzione Libertatis nuntius della Congregazione per la Dottrina della Fede, del 1984. Ma sopravvisse nelle menti di molti teologi e dopo l’89 diede luogo ad alcune metastasi stupefacenti: la “teologia femminista”,  la “teologia ecologica”, la “teologia india”. Alla base di tutte queste teologie sta sempre la tesi marxista fondamentale che una classe dominante opprime e sfrutta una maggioranza di persone.

Vista in una prospettiva di rivoluzione culturale, la “teologia india” è la più radicale: secondo essa l’azione civilizzatrice ed evangelizzatrice dell’America Latina fu un atto di oppressione, sia perché impose ai nativi una visione europea del mondo, sia perché cambiò le loro pratiche religiose ritenute legittime e buone. In modo tale che si può affermare che i popoli aborigeni sono culturalmente e religiosamente oppressi da 500 anni.

Una versione europea di questa tesi direbbe, come difatti accadde nel caso dell’ideologo nazista Rosenberg, che i popoli germanici furono spogliati dal Cristianesimo del suo legame con la natura e con il culto che professavano alla Madre Terra e ad altre divinità.

 

L’anello di congiunzione di entrambe le correnti progressiste e la maggioranza silenziosa dell’episcopato

Ma qual è l’anello di congiunzione fra queste due vie dell’offensiva progressista? Apparentemente, queste due posizioni sono diverse, ma guardando con più attenzione si vede una relazione profonda nel rifiuto alla Tradizione e al Magistero, nell’idea che la pratica della fede non ha bisogno né di Curia romana né di Diritto canonico e, in fondo, nemmeno di gerarchia, poiché nella Chiesa tutti dovrebbero essere uguali. In questo Sinodo abbiamo potuto constatare l’armonia di fondo dell’azione portata avanti da queste due correnti progressiste.  Esattamente come il modernismo di altri tempi: sono differenze più pretestuose che reali, le quali confluiscono in un solo grande movimento di autodemolizione della Chiesa, da loro denominata spregiativamente “chiesa costantiniana”.

Cosa pensa invece la maggioranza dei vescovi?

Le correnti summenzionate sono radicali ma non rappresentano la maggioranza dentro la Chiesa. La preponderanza del collegio episcopale cerca invece di sopravvivere in una equidistanza fra rispetto alla Tradizione e adattamento alla modernità. Tuttavia, a causa della crisi generale che vive la Chiesa, con lo svuotamento dei templi da parte dei fedeli, la mancanza di vocazioni al sacerdozio, le accuse di abusi piscologici e sessuali un po’ dappertutto, quella maggioranza (salvo poche eccezioni) oggi si sente debole e non osa contestare la minoranza dei progressisti radicali che, invece, si sente potente e munita di autorità per dettare le regole del gioco.

 

L’elemento nuovo: la coesione è rotta

È una situazione non molto diversa rispetto a quella creatasi all’epoca del Concilio Vaticano II. Alcuni vogliono cambiare tutto, altri solo alcune cose. La novità oggidì è che questi due settori sembrano vivere in isole separate. In Germania, per esempio, la coesione che ancora si vedeva al tempo in cui la figura più prominente dell’episcopato era il card. Lehman, oggi non la si vede più. Adesso ogni settore sta per conto suo.

Un risultato di questa situazione è che i radicali, che poco s’importano con la Tradizione e il Magistero, vanno alzando decisamente l’asticella delle loro pretese e agiscono sempre più a viso scoperto. Un esempio di questo è stata la venerazione della Pachamama nei giardini vaticani, poi portata in processione a un tempio vicino e lì deposta ai piedi di un altare, in un luogo visibilissimo dato il continuo viavai di fedeli. Una sfacciata aggressione spirituale a tanti che conoscono bene la storia di quella idolatria andina (e per giunta non amazzonica!).

Così va scomparendo nella Chiesa il consenso su ciò che è e non è cattolico. Non esistono più vincoli di unione e le forze centrifughe sembrano scatenate. Intanto molte voci, a partire da quella dello stesso Papa, parlano apertamente di possibili scismi, qualcosa di impensabile solo qualche tempo fa.

 

Prospettive

Il semplice fatto che alcuni vescovi già pensino ad alta voce al sacerdozio delle donne, come mons. Peter Kohlgraf, vescovo di Mainz, la dice lunga sua quanto sia critica la situazione. Mentre questo succede in Germania, in America Latina i cugini ideologici di mons. Kohlgraf pretendono, fra l’altro, che la Chiesa chieda scusa per la evangelizzazione degli indios, giacché questi sarebbero stati battezzati molto prima da Dio e avrebbero vissuto una felicità paradisiaca fino all’arrivo dell’Occidente che avrebbe distrutto il loro “buen vivir”.

Cioè, Cristo non sarebbe l’unico Salvatore del genere umano. Come segnalato da autorevolissime voci cardinalizie, qui ci troviamo di fronte a qualcosa che non è solo eretico ma anche apostata, un chiaro allontanamento dal Cristianesimo.

Per concludere. I progressisti neo-modernisti hanno fatto del Sinodo dell’Amazzonia un gioco d’azzardo: ora o mai più, avanti tutta. E questo massimalismo è un altro anello di congiunzione fra i progressisti latinoamericani e quelli europei.

 

Che fare?

La Chiesa si muove a velocità sostenuta verso l’anarchia. Davanti a questo quadro, il fedele cattolico deve avere cura che la sua fede si mantenga ferma e robusta nella tempesta, principalmente con il grande mezzo della preghiera, dei sacramenti, dell’approfondimento delle verità cattolica. Deve recitare in modo attento, meditato e pio il Credo.

Dopodiché, deve con risoluzione e vigore rinnovare la sua fedeltà alla Chiesa aderendo fermamente alla credenza che “le porte degli inferi non prevarranno contro di essa”, secondo la promessa di Nostro Signore Gesù Cristo. (cf. Mt 16, 18 e ss.).

 

Traduzione dal tedesco di Renato Murta de Vasconcelos

  • Nota: ©Riproduzione autorizzata a condizione che venga citata la fonte.
Mathias Von Gersdorff

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