Condividi su facebook
Condividi su pinterest
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp
Condividi su email

Lingue

Menu
LOGOTIPO8
Condividi su facebook
Condividi su pinterest
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp
Condividi su email

Lingue

Menu
LOGOTIPO8

L’Amazzonia impari dalla Cina, dove la Chiesa fioriva con pochissimi missionari. Celibi

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su linkedin
Condividi su pinterest
Condividi su email
Condividi su print

Il mantra con cui i fautori dei preti sposati motivano la loro pretesa è l’invincibile scarsità di preti celibi in regioni con piccole comunità disperse in luoghi remoti, come l’Amazzonia o le isole del Pacifico. Bisogna assicurare – dicono – che si offra a tutti la celebrazione della messa a cadenza regolare, e non soltanto rare volte all’anno.

Curiosamente, gli stessi che si mostrano così generosi nel voler elargire l’eucaristia sono anche i più avari nel convertire e amministrare il battesimo, evidentemente da loro equiparato al “proselitismo” tanto aborrito da papa Francesco. “Non ho mai battezzato un indio, e neppure lo farò in futuro”, ha detto il vescovo Erwin Kräutler, uomo chiave dell’imminente sinodo amazzonico.

La contraddizione maggiore, però, è con due millenni di storia della Chiesa, che hanno visto innumerevoli casi di scarsità di preti celibi per comunità disperse, senza però che nessuno derivasse da ciò – con ragionamento puramente funzionale, organizzativo – l’obbligo di reclutare come celebranti anche uomini sposati, i cosiddetti “viri probati”.

Non solo. La storia insegna che la scarsità di preti celibi non necessariamente si risolve in un danno per la “cura d’anime”. Anzi, in alcuni casi addirittura coincide con una fioritura della vita cristiana.

È stato così, ad esempio, nella Cina del XVII secolo. Ne ha dato conto una fonte insospettabile, “La Civiltà Cattolica”, la rivista dei gesuiti di Roma diretta da Antonio Spadaro che è il numero uno dei confidenti di Jorge Mario Bergoglio, in un dotto articolo di tre anni fa del sinologo gesuita Nicolas Standaert, docente all’Università Cattolica di Lovanio.

Nel XVII secolo in Cina i cristiani erano pochi e dispersi. Scrive Standaert:

“Quando Matteo Ricci morì a Pechino nel 1610, dopo trent’anni di missione, c’erano circa 2.500 cristiani cinesi. Nel 1665 i cristiani cinesi erano diventati probabilmente circa 80.000, e intorno al 1700 erano circa 200.000, il che era ancora poco, se confrontato con l’intera popolazione, tra i 150 e i 200 milioni di abitanti”.

E pochissimi erano anche i sacerdoti:

“Alla morte di Matteo Ricci, c’erano soltanto 16 gesuiti in tutta la Cina: otto fratelli cinesi e otto padri europei. Con l’arrivo dei francescani e dei domenicani, intorno al 1630, e con un lieve incremento dei gesuiti nello stesso periodo, il numero dei missionari stranieri arrivò a più di 30, e rimase costante tra i 30 e i 40 nell’arco dei successivi trent’anni. In seguito vi fu un incremento, raggiungendo un picco di circa 140 tra il 1701 e il 1705. Ma poi a causa della controversia sui riti il numero dei missionari si ridusse di circa la metà”.

Di conseguenza la gran parte dei cristiani cinesi incontravano il sacerdote non più di “una o due volte l’anno”. E nei pochi giorni in cui durava la visita, il sacerdote “conversava con i capi e con i fedeli, riceveva informazioni dalla comunità, si interessava delle persone malate e dei catecumeni. Ascoltava confessioni, celebrava l’eucaristia, predicava, battezzava”.

Poi il sacerdote per molti mesi spariva. Eppure le comunità reggevano. Anzi, conclude Standaert: “Si trasformarono in piccoli ma solidi centri di trasmissione di fede e di pratica cristiana”.

 

Fonte: Blog Settimo Cielo, 23-09-19

Sandro Magister

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Solve : *
27 + 28 =