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Dall’“umanesimo integrale” all’“ecologia integrale”

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Pope-Francis

Il cambio di paradigma ecologista

È noto che quel poco di buono e di solido che tuttora permane nella nostra società deriva dai resti di quella civiltà cristiana che, duemila anni fa, permise ai popoli di edificare la Cristianità impropriamente detta medioevale. Oggi la classe intellettuale dominante si sente incaricata della missione di sostituire la declinante “civiltà moderna” con una nuova, basata su una “nuova sintesi culturale” post-moderna, capace di elaborare una qualche concezione del mondo, dell’uomo e di Dio.

Lungo il XX secolo, ambienti laicisti e democristiani tentarono di realizzare il progetto di un “umanesimo integrale” post-cristiano, ossia “laico”, né religioso né ateo. Ma questo tentativo è servito solo a far accettare la secolarizzazione agli ambienti cattolici e quindi a favorire la scristianizzazione della società.

Ecco quindi che oggi filosofi, sociologi, politologi, scienziati e perfino teologi si affannano per propagandare un “nuovo umanesimo” basato su una “ecologia integrale” che permetta di costruire una “casa comune”, al fine di salvare la società moderna dalle sue contraddizioni e dalla sua crisi.

Questo programma, però, contiene aspetti paradossali che hanno perfino del provocatorio. Infatti, l’“umanesimo ecologista” proposto riduce l’uomo a mero componente dell’ambiente; la “casa comune” progettata è ridotta all’ambiente socio-biologico identificato con l’ecosistema-Terra; la “nuova civiltà” auspicata sorgerebbe dal rinunciare alle basi culturali, sociali e politiche della civiltà tradizionale e cristiana.

In questo programma, ogni riferimento alla Redenzione, alla salvezza dell’anima, al soprannaturale, alla vita eterna o anche solo a Dio è escluso, in nome di una concezione tutta terrena e immanente del mondo, dell’uomo e perfino della religione, ridotta a “salvaguardia del creato”.

Anticipazioni e spunti di questo programma erano già presenti nell’enciclica di papa Francesco dedicata all’ecologia (Laudato si’, 2015), ma ora sono stati ripresi e portati all’estremo dalla commissione preparatoria del prossimo Sinodo Speciale dei Vescovi sull’Amazzonia, che si terrà nell’ottobre venturo all’insegna di un nuovo paradigma: appunto quello della “ecologia integrale”.

Il Documento Preparatorio ufficiale del Sinodo (nella sua Introduzione) prevede che i popoli, gli Stati e perfino la Chiesa si convertano a un “processo integrale di sviluppo ecologico” finalizzato a favorire la “diversità” e il “pluralismo” in tutti i campi: non solo quello ambientale ma anche quello umano, ossia sociale, culturale e perfino religioso.

 

Il programma di una “ecologia integrale”

Il lettore non si faccia ingannare dal fatto che l’ecologia programmata dal Sinodo sia qualificata dall’aggettivo “integrale”. Esso viene usato solo per dare l’impressione che si tratti di una ideologia integra, ossia non riduttiva e faziosa ma anzi equilibrata, coerente, comprendente tutti gli aspetti del reale.

Invece non è così. Qui non è l’ecologia ad essere integrata nella visione cristiana, ma anzi è questa visione ad essere integrata nel programma ecologista. Cultura, civiltà e perfino religione sono ridotte a fattori ambientali di quell’ecosistema identificato col pianeta Terra. Ciò appare chiaramente nel Documento Preparatorio del prossimo Sinodo (specialmente al n. 9).

Questo ecologismo è una ideologia che pretende di rovesciare la tradizionale visione gerarchica dei rapporti tra il mondo, l’uomo e Dio. Se la divina Rivelazione pone il creato al servizio dell’uomo, l’uomo al servizio della Chiesa e la Chiesa al servizio di Dio, al rovescio il programma ecologista mette Dio e la Chiesa al servizio della integrità dell’uomo e l’uomo al servizio della integrità della natura, ossia dell’equilibrio ambientale tra i componenti della biodiversità cosmica. Questo rovesciamento è giustificato dal citato Documento Preparatorio in base al presupposto secondo cui nel creato “tutto è interconnesso” (n. 13), ossia l’intera realtà è composta da parti correlate fra loro in modo egualitario: minerale, vegetale, animale, uomo, forse perfino Dio.

Aspirando a sedurre e a convertire popoli, Stati e Chiese, l’ecologismo è obbligato a sfruttare sentimenti e istinti primarî e atavici dell’uomo, compresi quelli religiosi o para-religiosi, compresi quelli magici. Infatti, pur essendo spesso propagandata da atei o agnostici, l’“ecologia integrale” professa implicitamente una sorta di propria (falsa) religione: quella della Madre Terra, che si concretizza nella cosmolatria, ossia nel “culto di Gea” (o di Gaia).

L’ecologismo ha anche un proprio (falso) profetismo di tipo apocalittico, che si manifesta nelle previsioni di una imminente catastrofe ambientale; sebbene queste previsioni siano periodicamente smentite dai fatti, esse vengono ostinatamente ripetute, rinviandole però a un futuro presentato comunque come incombente.

Questa ossessione apocalittica apparenta l’ecologismo al fanatismo dei Testimoni di Geova, tanto che gli eco-catastrofisti vengono ormai bollati come “Testimoni di Gea”, ossia di Madre Terra. Entrambi questi “testimoni” pretendono dal pubblico una cieca fiducia nelle loro previsioni terroristiche, sebbene sempre smentite e continuamente rinviate. Del resto, come dicono gli psicologi, “chi governa la paura governa la società”.

Tutto questo ci fa capire che un tale ecologismo è una idolatria contro-natura e anche contro la civiltà, perché presuppone una visione del mondo, dell’uomo e di Dio in bilico tra il materialismo moderno e il panteismo antico riproposto come “post-moderno”. Possiamo quindi concluderne che l’“ecologia integrante” è in realtà un fattore disintegratore della religione, della civiltà e della società.

 

Il riciclaggio d’ideologie fallite

Questa ecologia mira a riciclare non tanto i rifiuti quanto alcuni concetti, schemi e motti ereditati da vecchie e fallite ideologie rivoluzionarie, come quella marxista e ancor più quella del socialismo utopistico, adattandoli alla nuova situazione di crisi culturale e alle nuove strategie di conquista dell’opinione pubblica.

Ad esempio, l’ecologismo ricupera la lotta del proletariato per riappropriarsi dei beni economici “alienati” dal sistema capitalistico, riciclandola nella lotta del sotto-proletariato del Terzo Mondo per riappropriarsi delle terre “sequestrate e sfruttate dal capitalismo e dal colonialismo mondialisti”, colpevoli di diffondere quell’economia “estrattivista” (?), produttivista e consumista che contamina la “innocenza primordiale” del popolo e schiavizza le “periferie del mondo”.

Inoltre, l’ecologismo riprende il mito settecentesco del “buon selvaggio” e il motto ottocentesco che esortava a “passare ai barbari”, alludendo alle masse proletarie urbane da evangelizzare, per riciclarlo nel nuovo motto che esorta a “passare ai selvaggi”, alludendo alle popolazioni delle “periferie del (terzo) mondo” emarginate dalla società progredita.

Nei loro confronti, il concetto stesso di evangelizzazione viene rovesciato. Ad esempio, secondo il citato Documento Preparatorio (n. 13), popoli e tribù come quelli dell’Amazzonia non devono essere evangelizzati dalla Chiesa, ma anzi è la Chiesa che deve lasciarsi evangelizzare da loro.

Quanto al modello di una “economia eco-sostenibile”, riciclando il vecchio modello del socialismo utopistico (da Fourier in poi), esso presuppone di rifiutare non solo il consumismo ma anche il mercato, l’industria e la proprietà privata. Illudendosi di realizzare una società che si vorrebbe “sobria, parca e felice”, in realtà questo progetto favorirebbe solo la povertà ed anzi la miseria, non solo quella economica ma anche e soprattutto quella morale e religiosa. E l’uomo religiosamente misero è il più sciagurato di tutti.

 

Dalla città come centro di civiltà alla selva come periferia incivile

La storia dimostra che l’umana convivenza si fonda, oltre che sulla religione, su una civiltà che si organizza in una politica fondata sul diritto. Com’è noto, la parola civiltà deriva dal latino civitas, che indica la città, intesa come comunità stabile organizzata in centri urbani. La parola politica deriva dal greco polis, che indica anch’esso la città, riferendosi all’amministrazione e al governo urbani. La parola diritto allude al greco jus e alla latina rectitudo, per cui una semplice abitudine privata o usanza pubblica dev’essere giusta, ossia deve tendere a conseguire un bene oggettivo, non può giustificarsi col solo fatto di esistere (di essere una “situazione vissuta”, come oggi si dice).

Infatti, la storia dimostra che le civiltà progredite nascono quando le famiglie o i clan o le comunità umane, abbandonando la vita nomade dei cacciatori o sviluppando quella sedentaria dei raccoglitori, si radunano in città stabili, si organizzano politicamente sotto un’autorità e si regolano col diritto pubblico, che storicamente può essere corretto e arricchito dal diritto cristiano.

Per contro, la “nuova civiltà” sognata dall’attuale ambientalismo rifiuta non solo la città, preferendole la selva, ma anche la politica, preferendole l’ecologia, e perfino il diritto, preferendole la situazione di fatto delle tribù selvagge le cui idee e usanze pretende di giustificare e promuovere ad ogni costo.

L’ecologismo pretende di rifiutare non solo il capitalismo o la tecnocrazia ma anche lo Stato, la città e perfino la famiglia, per sostituirli con il comunismo dei beni, la comunità spontanea e occasionale, la tribù, ossia con quelle forme minime di associazione tipiche delle comunità barbare o selvagge, che non possono assicurare agli associati una vita davvero civile e tantomeno progredita.

Appare quindi paradossale che quella stessa propaganda ideologica, che esalta le Costituzioni politiche e la cittadinanza con i suoi diritti (da riconoscere a chiunque), promuove quella “ecologia integrale” che rifiuta le basi non solo politiche e giuridiche ma anche culturali e familiari della società civile organizzata. Pertanto, la “nuova civiltà ecologica” in realtà prepara una sorta di anti-civiltà.

Giambattista Vico

Tutto questo conferma i timori espressi dal noto filosofo e storico italiano Giovanni Battista Vico, nella sua diagnosi della civiltà della prima metà del XVIII secolo, corrosa dalla “fatua cultura” dell’Illuminismo. Oltre tre secoli fa, egli sostenne che le civiltà progredite in maniera disordinata tendono a rinnegare le loro radici morali e religiose, per cui rischiano di rovesciarsi in un’anti-civiltà cinica ed empia che le riporta allo stato barbarico o selvaggio. Questo regresso risulta molto pericoloso, perché pone i progrediti strumenti culturali e tecnologici al servizio di passioni immorali e disordinate. Vico ne concluse che l’unica salvezza da questo pericolo sta nel ricuperare lo spirito religioso e morale sopravvivente nella coscienza della popolazione. È quindi urgente riproporre questa soluzione alla moribonda civiltà della nostra epoca.

 

  • Nota: posizioni e concetti espressi negli articoli firmati sono di esclusiva responsabilità dei loro autori.
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Guido Vignelli
È uno studioso di Etica, Filosofia Politica e Scienze delle Comunicazioni. Nel 1982 è stato uno dei membri fondatori del Centro Culturale Lepanto e, nel 1987, dell'Associazione Famiglia Domani. Dal 2001 al 2006 è stato membro della Commissione di Studio sulla Famiglia istituita dalla Presidenza italiana del Consiglio dei Ministri. Nel 2015 ha collaborato con la Supplica Filiale, una campagna mondiale che ha chiesto a Papa Francesco di intervenire per rettificare le ambigue dichiarazioni del Sinodo dei Vescovi sulla Famiglia. È autore del libro Una Rivoluzione Pastorale ed è discepolo del professor Plinio Corrêa de Oliveira.

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