Condividi su facebook
Condividi su pinterest
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp
Condividi su email

Lingue

LOGOTIPO8
Condividi su facebook
Condividi su pinterest
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp
Condividi su email

Lingue

LOGOTIPO8

Una Dichiarazione Episcopale che merita di essere ripudiata

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su linkedin
Condividi su pinterest
Condividi su email
Condividi su print

Non si era ancora asciugato l’inchiostro dell’esortazione Querida Amazonia (QA) che già i prelati della Regione Nord 1 della Conferenza Episcopale brasiliana avevano pubblicato una nota in cui la citavano per rifiutare il progetto di legge del governo Bolsonaro che rende viabile lo sfruttamento delle risorse minerarie e la generazione di energia elettrica in terre aborigene. Notizia immediatamente ripresa da Vatican News, la rete dei media della Santa Sede.

I vescovi citano in loro sostegno il n° 14 dell’esortazione di Papa Francesco, secondo cui le operazioni economiche che danneggino l’Amazzonia e non rispettino i diritti dei popoli originari andrebbero bollate come “ingiustizia e crimine” (il condizionale, assai retorico, appartiene alla propria QA).

Ma sarà vero che il progetto di legge 191/20  è ingiusto e criminale per via del danno che arreca all’Amazzonia e per non rispettare i diritti degli indios?

Un cattolico deve valutare sia il dovuto rispetto alla giustizia che la sua violazione criminale, con base, in primo luogo, alla dottrina sociale cattolica e soltanto dopo in funzione della legislazione del Paese in questione.

Cosa insegna la dottrina sociale cattolica nei riguardi dell’utilizzo delle risorse naturali di un Paese? Il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, pubblicato dal Pontificio Consiglio Iustitia et Pax sotto il pontificato di Papa Giovanni Paolo II, ci fornisce alcuni elementi basilari:

Il primo elemento è che “il bene comune coinvolge tutti i membri della società” ed “sige di essere servito pienamente, non secondo visioni riduttive subordinate ai vantaggi di parte che se ne possono ricavare” (n° 167). Questo principio vale non solo per la popolazione urbanizzata ma anche per le popolazioni che abitano territori indigeni.

A causa della validità universale, “la responsabilità di conseguire il bene comune compete, oltre che alle singole persone, anche allo Stato, poiché il bene comune è la ragion d’essere dell’autorità politica” (n° 168), per cui “il governo di ogni Paese ha il compito specifico di armonizzare con giustizia i diversi interessi settoriali” (n° 169). Nel caso in questione, si tratta di armonizzare gli interessi nazionali con gli interessi delle popolazioni indigene.

Il secondo elemento da considerare è il principio di destinazione universale dei beni (n°171), che non significa “che tutto sia a disposizione di ognuno o di tutti, e neppure che la stessa cosa serva o appartenga ad ognuno o a tutti” (n° 173), posto che la proprietà privata è un elemento essenziale per lo sviluppo individuale, per il buon uso dei beni e per un retto ordine sociale (n° 176). Ma la destinazione universale dei beni fa sì che la proprietà privata non sia ritenuta come un diritto assoluto e intangibile, bensì venga subordinata al bene comune (n° 177). Un principio che vale anche per il diritto degli indios sulle loro riserve.

Per questo motivo, si deve riconoscere che qualsiasi forma di possesso privato ha una funzione sociale riguardo “alle esigenze imprescindibili del bene comune”. Onde “il dovere da parte dei proprietari di non tenere inoperosi i beni posseduti e di destinarli all’attività produttiva, anche affidandoli a chi ha desiderio e capacità di avviarli a produzione.” (n° 178). Come risulta ovvio, questo dovere incide non soltanto sul diritto dei produttori privati allo sfruttamento delle loro proprietà, ma anche sui popoli indigeni in quanto proprietari delle loro riserve.

Un terzo elemento da valutare è il principio di sussidiarietà, che impedisce di togliere agli individui o ai corpi intermedi ciò che loro possono realizzare con le proprie forze e industria per affidarlo alla comunità nazionale (n° 186), ma che, in senso inverso, può anche consigliare che lo Stato eserciti una funzione di supplenza nelle situazioni in cui i primi sono incapaci di assumere autonomamente una iniziativa necessaria per il bene comune (n° 188). É, ad esempio, quanto avviene con la costruzione di centrali idroelettriche o di gas che richiedono grossi investimenti.

Difatti, “una delle questioni prioritarie in economia è l’impiego delle risorse”, onde ogni società deve “impiegarle nel modo più razionale possibile, seguendo la logica dettata dal principio di economicità” (n° 346). Pertanto, “il compito fondamentale dello Stato in ambito economico è quello di definire un quadro giuridico atto a regolare i rapporti economici”, salvaguardando le condizioni primarie di una economia libera (n° 352).

Una volta definita questa cornice giuridica “si deve sempre perseguire con costante determinazione l’obiettivo di un giusto equilibrio tra libertà privata ed azione pubblica”, la quale deve essere ispirata a “criteri di equità, razionalità ed efficienza”, tenendo sempre in vista il bene comune (n° 354). L’impiego razionale delle risorse è una esigenza valida per tutto il territorio di un Paese, come per esempio, l’Amazzonia, che non deve essere trasformata in una favela verde.

Per quanto riguarda il rispetto della natura, la dottrina sociale della Chiesa fornisce pure alcuni principi importanti e validi per questa immensa regione.

Il primo è che “i risultati della scienza e della tecnica sono, in se stessi, positivi”, ragione per cui “il Magistero ha più volte sottolineato che la Chiesa Cattolica non si oppone in alcun modo al progresso” (n° 457) e le sue considerazioni “in generale valgono anche per le loro applicazioni all’ambiente naturale e all’agricoltura” (n° 458). É quanto pensa la maggioranza della popolazione amazzonica e la maggioranza degli indios che non vogliono vivere di programmi di assistenza sociale, ma del frutto del proprio lavoro ed ingegno.

Infatti  “Una corretta concezione dell’ambiente, mentre da una parte non può ridurre utilitaristicamente la natura a mero oggetto di manipolazione e sfruttamento, dall’altra non deve assolutizzarla” al punto di divinizzarla “come si può facilmente riscontrare in alcuni movimenti ecologisti” e, pertanto,  il Magistero ha manifestato “la sua contrarietà a una concezione dell’ambiente ispirata all’ecocentrismo e al biocentrismo,” (n° 463). È esattamente questa sacralizzazione dell’Amazzonia che induce le ONG ambientaliste e i neo-missionari adepti della Teologia della Liberazione ad opporsi a qualsiasi progetto di sviluppo economico nell’Amazzonia.

Non c’è niente dunque nella Dottrina Sociale della Chiesa cattolica che si opponga, in linea di massima, a uno sfruttamento delle risorse dell’Amazzonia presenti nelle riserve indigene se tale sfruttamento è richiesto per il bene comune del Paese. Ovviamente, la limitazione dei diritti di uso e di usufrutto e gli eventuali danni che il suddetto sfruttamento possano comportare per le rispettive popolazioni devono essere compensati, come già è stato fatto previamente per altri progetti in alcune aree non indigene.

Se non c’è impedimento morale, ci sarà almeno un ostacolo legale?

Due articoli della Costituzione Federale del Brasile giustificano il progetto di sfruttamento presentato dal governo Bolsonaro al potere legislativo. L’articolo 176 prevede che i giacimenti e altre risorse minerarie nonché le potenzialità dell’energia idraulica, “costituiscono una proprietà diversa da quella del suolo agli effetti dell’utilizzo e sfruttamento e appartengono all’Unione, garantendo al concessionario la proprietà del prodotto del lavoro”.

A sua volta, il comma 3 dell’articolo 231 stabilisce che lo sfruttamento delle risorse idriche e delle ricchezze minerali in terre indigene “possono soltanto essere effettuati con autorizzazione del Parlamento Nazionale, dopo ascoltare le comunità interessate, garantendo loro la partecipazione nei benefici dei risultati dello sfruttamento, nella forma della legge”.

É proprio questo che il progetto 191/20 regolamenta. La giustificazione dello stesso – del tutto in conformità con la Dottrina Sociale della Chiesa riassunta sopra – è stata fatta in ripetute occasioni dal presidente Jair Bolsonaro, che da quando ha preso l’incarico difende l’utilizzo economico dei territori indigeni:

“In Roraima ci sono tre trilioni sotto terra. E l’indio ha il diritto di sfruttarli in forma razionale, ovvio. L’indio non può continuare povero sopra una terra ricca”, ha dichiarato il presidente nell’aprile del 2019, con il caloroso plauso dei rappresentanti di varie etnie favorevoli al diritto di sfruttare le riserve tradizionali.

In conformità al principio di giustizia enunciato dalla morale sociale cattolica, il disegno del Potere Esecutivo garantisce un indennizzo alle comunità lese dal piano in quanto verranno ristretti i loro diritti all’usufrutto delle loro terre. Tale indennizzo dovrà tenere conto del grado di restrizione che comporta il rispettivo impedimento.

In ottemperanza all’articolo  231 della Costituzione brasiliana, oltre al giusto indennizzo il progetto comporta che le comunità indigene i cui territori vengano utilizzati per lo sfruttamento economico, siano ricompensate – a titolo di partecipazione – con quantità importanti nei ricavi:  con lo 0,7% del valore dell’energia elettrica prodotta; tra lo 0,5% e l’1% del valore della produzione di petrolio o di gas naturale; con il 50% di compensazione finanziaria per lo sfruttamento delle risorse minerarie. Se calcolati questi valori per cápita, essi sono molto cospicui visto che le popolazioni indigene sono molto poco numerose in rapporto ai propri territori.

Per garantire i diritti dei nativi e in rispetto del principio di sussidiarietà, il testo prevede anche la creazione di consigli di vigilanza, di natura privata, composti sia dagli indigeni che dai responsabili della gestione delle risorse finanziarie.  I pagamenti dovranno essere versati dagli imprenditori privati mediante bonifici bancari nel conto del consiglio di vigilanza.  Inoltre, nella distribuzione di quelle risorse, i consigli di vigilanza dovranno rispettare l’autonomia dei popoli coinvolti, le loro forme di organizzazione tradizionale e la legittimità delle associazioni rappresentative delle comunità indigene.

Finalmente, qualsiasi progetto di sfruttamento delle risorse dovrà essere preceduto da studi tecnici di fattibilità e sarà necessario che l’organo o ente responsabile dello studio richieda alla Fondazione Nazionale dell’Indio (FUNAI) un dialogo con le comunità indigene, al fine di garantirne il rispetto degli usi, costumi e tradizioni.

In ottemperanza al principio che il bene comune prevale su quello individuale e che la proprietà privata non è un diritto assoluto, se questo dialogo non sarà possibile o non si otterrà l’autorizzazione per entrare in terra indigena, lo studio tecnico potrà essere elaborato con i dati disponibili.

Dopo la conclusione dello studio previo, il governo federale definirà quali aree possono essere sfruttate. Nel caso delle miniere, le aree autorizzate dal Congresso Nazionale per la realizzazione della ricerca ed dell’eventuale operazione mineraria saranno concesse dall’Agenzia Nazionale dell’attività Mineraria (ANM). Tuttavia, nel caso specifico della ricerca d’oro e di pietre preziose, le comunità indigene coinvolte avranno il diritto di effettuarla in modo esclusivo o in partnership con non indigeni, il che comporta un diritto di veto.

Da quanto detto si deduce che non c’è un ostacolo morale o legale all’approvazione del progetto di legge del governo brasiliano che mira allo sfruttamento di risorse minerarie e alla generazione di energia elettrica in terre indigene.

Il ripudio a detto progetto da parte dei vescovi della Regionale Nord 1 della conferenza episcopale con il pretesto che esso danneggia l’Amazzonia e che non rispetta i diritti degli indios, è motivato dai preconcetti ideologici delle ONG ambientaliste, dalla moribonda Teologia della Liberazione e dal suo figlioccio il Partido dos Trabalhadores.

Ancora più assurdo il ripudio dei vescovi della regione amazzonica, nella stessa dichiarazione, alle iniziative del governo brasiliano nel senso di assistenza ai popoli indigeni isolati con l’argomento che minacciano “il diritto all’esistenza libera di quei popoli, con le loro usanze, costumi, credenze e tradizioni”. É proprio l’isolamento la principale minaccia all’esistenza di questi popoli.

Non estendere la mano, offrendo loro sanità, educazione e migliori condizioni di vita sarebbe veramente un crimine. C’è di peggio: il non cercarli nel loro isolamento per non far giungere loro la Buona Novella della Redenzione e la fede in Gesù Cristo Nostro Signore!

  • ©Riproduzione autorizzata a condizione che venga citata la fonte.
José Antonio Ureta
Nato in Cile, è membro fondatore della "Fundación Roma", una delle più influenti organizzazioni cilene pro-vita e pro-famiglia. Ha lavorato sin da giovanissimo nelle file della TFP (Tradizione, Famiglia e Proprietà) del suo paese e in seguito si è dedicato a diffonderne gli ideali e a formare gruppi TFP in tutto il mondo. Oggi è ricercatore e membro della Società Francese per la difesa della Tradizione, Famiglia e Proprietà. Studioso e docente, è conosciuto a livello internazionale nel mondo cattolico conservatore. Collaboratore della rivista Catolicismo e dell'Istituto Plinio Corrêa de Oliveira di San Paolo, Brasile, è autore del libro Il "cambio di paradigma" di Papa Francesco: continuità o rottura nella missione della Chiesa? Bilancio quinquennale del suo pontificato.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Solve : *
24 + 20 =