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La profezia dell’Amazzonia: il Buen vivir ecocosmico

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L’autore dell’articolo è un prete benedettino brasiliano, teologo della liberazione, che confessa apertamente il suo desiderio di trasmettere a tutta la Chiesa il “virus” amazzonico.

Pope Francis_Indio

Marcelo Barros

Sia per le allarmanti notizie relative agli incendi e alla distruzione della foresta, sia per il processo di dialogo all’interno delle comunità locali nei due anni di preparazione del Sinodo sull’Amazzonia, la regione panamazzonica è stata oggetto di attenzione e di studio da parte delle organizzazioni di tutto il mondo. Una regione in cui, più ancora che in altri biomi del pianeta, l’ecologia integrale rappresenta una sfida indispensabile per la protezione della Vita e per l’equilibrio dell’ecosistema.

In America Latina, esistono decine di biomi ed ecosistemi, tutti interdipendenti e complementari. Se si devastano il Cerrado e il semi-arido del Planalto Central brasiliano e boliviano, a soffrine le conseguenze non sono solo gli abitanti della regione, ma anche i popoli che vivono nell’altopiano andino. La distruzione del Rio Doce e di altri fiumi del Sudest brasiliano provocata dal crollo di dighe di scarti minerari ha provocato cambiamenti climatici in altre regioni del Paese. Ma, secondo i climatologi, è l’Amazzonia, tanto per le sue dimensioni quanto per la ricchezza della sua biodiversità, la regione del mondo la cui distruzione inciderà maggiormente sull’equilibrio del pianeta.

 

Uno sguardo all’Amazzonia

L’Amazzonia è un bioma che si estende per 8 milioni di chilometri quadrati all’interno di nove Paesi. Secondo gli scienziati, solo il Rio delle Amazzoni deposita nell’Oceano Atlantico 750 milioni di litri d’acqua al secondo. Nel suo sottosuolo si trova l’enorme riserva di acqua potabile Alter do Chão, simile a un mare nel seno della madre Terra.

Al di là degli immensi fiumi che irrigano la superficie e del mare di acqua dolce e trasparente nel suo sottosuolo, la grande quantità d’acqua sotto forma di vapore crea quelli che, in Amazzonia, vengono chiamati fiumi volanti, immense quantità di acqua dolce che si depositano sulle nubi e sono sospinte dai venti fino al sud, regolando la distribuzione delle piogge in tutto il territorio brasiliano, in Uruguay, Argentina, Paraguay e anche Bolivia. Secondo alcuni scienziati, la foresta sarebbe responsabile dell’equilibrio climatico dell’intero pianeta. Ogni singolo metro quadrato della foresta amazzonica presenta più biodiversità che qualsiasi altro luogo della Terra, garantendo ai popoli che la abitano alimenti, medicine e altri incalcolabili doni.

Nella regione panamazzonica vivono 35 milioni di persone, all’interno della foresta, ai margini dei fiumi, nei campi e nelle città. Quasi tre milioni appartengono ai popoli originari, che parlano 340 lingue diverse e si relazionano armoniosamente con la natura, gli altri esseri umani e Dio. Nell’attuale congiuntura, tutti questi popoli (indigeni, ribeirinhosquilombolas, raccoglitrici di cocco) si sentono aggrediti nella loro relazione vitale con la madre Terra, nel loro legame d’amore con le acque. Il modello di sviluppo predatorio imposto nella regione distrugge le comunità tradizionali con i loro valori culturali e spirituali, così come devasta lo stesso sistema di Vita nel pianeta. Se i popoli, nella loro saggezza, hanno creato sistemi produttivi efficaci senza abbattere la foresta, il capitalismo, attraverso la monocoltura di soia, l’allevamento del bestiame, i progetti minerari e l’industria del legname, distrugge la natura, sottraendo ai popoli tradizionali i loro mezzi di sopravvivenza e creando una disuguaglianza sociale sempre più grave e dannosa. La sopravvivenza dei popoli dell’Amazzonia dipende dalla capacità di fermare tale modello di sviluppo predatorio. Né è di alcun aiuto il cosiddetto “capitalismo verde”, il quale, retto com’è dalle leggi di mercato, trasforma in merce ciò che la natura offre gratuitamente.

 

Amazzonia, santuario di spiritualità originarie

La principale novità del Sinodo sull’Amazzonia convocato da papa Francesco sta nel processo sinodale che ha innescato. Nei sinodi precedenti, le diocesi ricevevano un questionario e le basi rispondevano. Questa volta, si è creato veramente in tutta la regione panamazzonica un processo di ascolto e di valorizzazione delle comunità tradizionali, con le loro culture e, soprattutto, con le loro espressioni spirituali e religiose, che si è costituito come un nuovo modello di missione e di mobilitazione delle basi. Non la conversione dell’Amazzonia da parte della Chiesa, ma la conversione di questa all’Amazzonia.

Le tradizioni spirituali indigene sono tante e diverse, ma tutte condividono la fede nella presenza del Mistero divino sulla Terra, nelle acque e in tutta la natura. Tutto è vivo, tutto ha Spirito e tutto è interconnesso. Tale visione colloca l’essere umano nella comunità più ampia di tutti gli esseri viventi, ma oggi questa armonia è violata dal capitalismo.

La Fundación Pueblo Indio Del Ecuador, fondata da Leónidas Proaño, vescovo e profeta di Riobamba, propone al papa di proclamare l’Amazzonia «santuario intangibile della Madre Terra». È chiaro che questo non spetta al papa, ma ai fratelli e alle sorelle delle tradizioni religiose indigene. Quello che il papa e la Chiesa possono e devono fare è riconoscere tale proclamazione. Alcune comunità sono arrivate a proporre che tutta la Chiesa sia amazzonica. Non si tratta di imporre le culture amazzoniche al mondo intero. La proposta è che l’universalità delle culture e la libertà di espressione della fede siano vissute sempre a partire dalla comunione con i popoli tradizionali e nella prospettiva di un’ecologia integrale.

 

In ascolto degli indigeni

Tra i leader indigeni ricevuti dal papa, uno dei più importanti è stato Raoni Metuktire, dell’etnia kaiapó. Vive nello Xingu, ha 89 anni ed è noto a livello internazionale per la sua lotta in difesa dell’Amazzonia e dei popoli indigeni. Ecco uno dei suoi discorsi.

«Per molti anni, noi, leader indigeni e popoli dell’Amazzonia, abbiamo avvisato voi, fratelli che tanti danni avete causato alle nostre foreste. Quello che voi state facendo cambierà il mondo intero e distruggerà la nostra casa, e la vostra anche.

(…). Solo una generazione fa, molti dei nostri popoli lottavano fra di loro, ma ora siamo uniti, lottando insieme contro il nostro comune nemico. E questo nemico comune siete voi, i popoli non indigeni che hanno invaso le nostre terre e che ora stanno bruciando anche le piccole parti che ci avete lasciato delle foreste in cui viviamo. Il presidente Bolsonaro sta incoraggiando i proprietari di fazendas vicine alle nostre terre a ripulire la foresta, e non sta facendo nulla per impedire che invadano il nostro territorio.

Vi chiediamo di interrompere ciò che state facendo, di fermare la distruzione, l’attacco agli spiriti della Terra. Quando abbattete gli alberi, aggredite gli spiriti dei nostri antenati. Quando cercate minerali, trafiggete il cuore della terra. E quando versate veleno sulla terra e sui fiumi – i prodotti chimici dell’agricoltura e il mercurio delle miniere d’oro – indebolite gli spiriti, le piante, gli animali e la stessa Terra. Quando la Terra si indebolisce, comincia a morire. Se la Terra muore, se la nostra Terra muore, nessuno di noi potrà più vivere e moriremo anche tutti noi.

Perché fate questo? Voi dite che è per lo sviluppo, ma che tipo di sviluppo cancella la ricchezza della foresta e la sostituisce solo con un tipo di pianta o di animale? Laddove gli spiriti ci avevano dato tutto ciò di cui avevamo bisogno per una vita felice – il nostro cibo, le nostre  case, le nostre medicine – ora c’è solo soia o bestiame. Per chi è questo sviluppo? (…).

Distruggete le nostre terre, avvelenate il pianeta e seminate morte. E dopo sarà troppo tardi per cambiare.

Perché dunque fate questo? Perché alcuni di voi possano ottenere una grande quantità di denaro. Nella lingua kayapó chiamiamo il vostro denaro piu caprim, foglie tristi, perché è una cosa morta e inutile e porta solo danni e tristezza.

Quando il vostro denaro entra nelle nostre comunità, spesso causa grandi problemi, creando divisioni tra noi. E lo stesso fa nelle vostre città, dove quella che chiamate gente ricca vive isolata da tutti gli altri, per paura che altre persone le sottraggano il piu caprim. Intanto, altri soffrono la fame o vivono nella miseria perché non hanno abbastanza soldi per sfamare se stessi e i propri figli. Ma queste persone ricche moriranno, come noi tutti moriremo. E quando i loro spiriti saranno separati dai loro corpi, saranno tristi e soffriranno, perché, in vita, hanno fatto sì che molti altri soffrissero invece di aiutarli, invece di garantire che tutti avessero abbastanza per mangiare prima di alimentare se stessi, come prevede il nostro cammino, il cammino dei kayapó, il cammino dei popoli indigeni.

Dovete cambiare il vostro modo di vivere perché vi siete perduti. Quello che state percorrendo è solo un cammino di distruzione e di morte. Per vivere, dovete rispettare il mondo, gli alberi, le piante, gli animali, i fiumi e la Terra stessa. Perché tutte queste cose hanno spiriti, tutte sono spiriti e senza gli spiriti la Terra morirà, la pioggia si fermerà e le piante marciranno e moriranno anch’esse. Tutti respiriamo quest’aria, tutti beviamo la stessa acqua. Viviamo su questo pianeta. Dobbiamo proteggere la Terra. Se non lo faremo, i grandi venti verranno e distruggeranno la foresta. Allora sentirete la paura che sentiamo noi».

Fonte: Adista, Documenti n° 42 del 07/12/2019

  • Nota: posizioni e concetti espressi negli articoli firmati sono di esclusiva responsabilità dei loro autori.
  • ©Riproduzione autorizzata a condizione che venga citata la fonte.
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