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“Il posto della Pachamama è all’inferno: ecco perché ho bruciato quell’idolo”

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“Ho bruciato la Pachamama per metterla al suo posto, nel fuoco dell’inferno”. Per la prima volta in Europa parla alla Nuova Bussola Quotidiana padre Hugo Valdemar, il sacerdote messicano diventato virale per aver dato fuoco a tre riproduzioni di madreterra. “I fedeli erano scioccati dopo quello che è accaduto nel corso del Sinodo. È stata un’offesa al primo comandamento”. Poi sui frutti della Teologia della Liberazione dice: “È colpevole della secolarizzazione del Latinoamerica peché ha svuotato la fede e favorito lo spostamento dei cattolici in sette protestanti”.

Mentre si attende la pubblicazione del documento post-sinodale che Papa Francesco ha promesso entro la fine dell’anno, il dibattito sul Sinodo dell’Amazzonia si mantiene molto acceso, poiché si aspetta la decisione finale del pontefice in merito ai tre punti della discordia proposti dall’Assemblea Sinodale: l’ordinazione di uomini sposati, il diaconato femminile e l’elaborazione di un rito amazzonico. “Sono tre gravi aberrazioni che dividono i cattolici e speriamo che il Papa non ceda a tale barbarie”, spiega padre Hugo Valdemar, canonico penitenziere dell’Arcidiocesi del Messico, in un video pubblicato il 4 novembre sul quotidiano ContraRéplica.

È stato il sinodo dello “scandalo” e della “divisione”, ha detto padre Valdemar. “Non rimarrà nella storia per i contributi pastorali per l’evangelizzazione di quella zona (l’Amazzonia), già per lo più protestante, a causa dell’abbandono di una vera missione di evangelizzazione in favore di un’opera piuttosto sociale, che invece è un laboratorio della peste della Teologia della Liberazione, che soltanto ha portato la diminuzione della fede cattolica tra i nativi”.

Il giorno prima, era diventato virale sui social media un video di padre Hugo Valdemar che bruciava tre immagini della “Pachamama” con un gruppo di fedeli, come atto di protesta contro l’uso dei simboli amazzonici in Vaticano durante il Sinodo. Un gesto scioccante fatto da un sacerdote di grande rilevanza nella nazione latino-americana, perché per 15 anni è stato portavoce dell’Arcidiocesi del Messico, durante il governo pastorale del cardinale Norberto Rivera. La Nuova BQ l’ha intervistato per conoscere le sue motivazioni.

Che cosa l’ha spinto a fare questo eclatante gesto contro la Pachamama?
Mentre a Roma si svolgeva il Sinodo dell’Amazzonia, molte persone mi si sono avvicinate scioccate, ferite e arrabbiate per i vari atti di adorazione idolatrica compiuti verso la dea andina Pachamama e verso altri feticci amazzonici. Questa è stata un’offesa molto seria al primo comandamento e alla santità di Dio, per cui ho deciso di fare insieme ai fedeli della mia parrocchia una preghiera di espiazione all’interno del tempio e all’esterno il rogo pubblico della Pachamama. Era un modo per metterla al suo posto, nel fuoco dell’inferno.

In che cosa consiste veramente questo culto alla Pachamama?
Come sappiamo, non è nemmeno una divinità amazzonica, è andina, ed è la divinizzazione della terra, come se fosse un essere vivente e divino a cui si prega. È una superstizione propria del pensiero magico, mai giustificabile dalla ragione e dalla fede cristiana. Se la Pachamama è una divinità indigena, non ha posto in un tempio cristiano; sarebbe come introdurre un’immagine di Satana, quindi è un gesto sacrilego e blasfemo.

E proprio nel video dell’incendio, ha descritto come “atto sacrilego” ciò che è accaduto nei giardini vaticani e come “profanazione” la cerimonia eseguita con i simboli amazzonici all’interno della Basilica di San Pietro. Con queste premesse, come vede la decisione del Sinodo di dare il via libera alla creazione di un “rito amazzonico”?
Sarebbe molto grave, sarebbe come voler adorare Dio e il diavolo allo stesso tempo. Una vera inculturazione implica innanzitutto una purificazione degli elementi culturali, cosa che non è stata nemmeno menzionata nel Sinodo. Tutto ciò intende un sincretismo blasfemo e idolatrico, che mina la fede della Chiesa che adora un unico e vero Dio nelle sue tre persone divine, ma non rende mai adorazione alle creature né acconsente al pensiero magico e superstizioso.

Invece per il Vaticano la Pachamama “rappresentava la vita, la fragilità e la madre terra”, secondo le dichiarazioni di Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero per la Comunicazione Vaticana… 
Era una spiegazione del tutto insufficiente che non ha potuto rimuovere l’accusa di idolatria. Ci sono i video e le immagini in cui viene reso un vero servizio di adorazione. Mi chiedo, si possono negare le prove? Le immagini sono molto chiare e devastanti, e non sono di un solo atto; questo culto scandaloso è durato per giorni nella chiesa di Santa Maria Traspontina, la CEI ha composto una preghiera e c’è un’intenzione di propagare questo culto, che è condannabile.

Ma l’Osservatore Romano e le voci ufficiali della Santa Sede sostengono che non esiste idolatria nei confronti della Pachamama perché è un semplice simbolo di una cultura; che ne pensa?
Se davanti a un simbolo vengono eseguite danze, vengono fatte preghiere, invocazioni, e viene adorato in ginocchio fino a prostrarsi per terra, quindi viene considerato un simbolo divino, allora si tratta di un abominevole atto di idolatria. I cattolici sono persone pensanti, non possono offendere l’intelligenza dei fedeli con spiegazioni così deboli e insostenibili.

C’è chi paragona la Pachamama con la Madonna di Guadalupe: questo confronto è possibile?
Un paragone del genere, oltre ad essere ignorante, è blasfemo, perché la Beata Vergine di Guadalupe è apparsa come la vera madre di Dio, mai come se fosse una divinità. La Vergine porta Gesù nel suo grembo perché lo porta ai popoli del continente americano. Con il messaggio evangelico è venuta a combattere l’idolatria, la superstizione, il culto diabolico di idoli e i sacrifici umani. È venuta per riconciliare popoli e culture, ma non ha mai divinizzato gli idoli aztechi né li ha integrati nel suo messaggio.

Cosa ne pensa di questa quasi demonizzazione della prima evangelizzazione dell’America Latina?
È il risultato dell’ignoranza, ma soprattutto di una mentalità insostenibile, quella del buon selvaggio, come se il mondo indigeno vivesse in perfetta armonia tra i popoli e con la natura, quando accade il contrario. Almeno in Messico, le popolazioni indigene hanno vissuto in guerre infinite; gli Aztechi furono crudeli, sacrificarono migliaia di persone ogni anno e sottomisero altre popolazioni. In effetti, la conquista fu fatta dagli spagnoli, ma aiutata da migliaia di indigeni che erano stanchi dell’oppressione e della crudeltà degli Aztechi. I missionari svolsero un’opera titanica, erano uomini pieni di fede. Grazie a loro oggi conosciamo le loro culture, le loro lingue e le loro tradizioni. I missionari sono arrivati ​​per evangelizzare, per civilizzare, per portarci la cosa più preziosa che è la fede cattolica: dobbiamo esserne eternamente grati.

Qual è la sfida più importante che affrontano i cattolici in America Latina?
Abbiamo bisogno di un’evangelizzazione più profonda, per ritornare alla fede cattolica nella sua interezza. La Teologia della liberazione è colpevole della secolarizzazione di molti paesi e soprattutto dello spostamento dei fedeli cattolici in altre sette protestanti, perché questi gruppi offrono il Vangelo, la trascendenza, l’esperienza della carità, mentre la teologia della liberazione ha svuotato di contenuto la fede, l’ha politicizzata ed ora è lo strumento per ripristinare l’idolatria e la superstizione.

La sfida per i cattolici in Messico?
Dare profondità e un vero senso evangelico all’enorme religiosità popolare che ha il nostro popolo. Rendere la fede e la vita compatibili, fare della fede un vero incontro con Gesù, rendendo incompatibili la disuguaglianza, la corruzione, la violenza, l’egoismo. In altre parole, è necessaria una profonda evangelizzazione.

  • Nota: posizioni e concetti espressi negli articoli firmati sono di esclusiva responsabilità dei loro autori.
  • ©Riproduzione autorizzata a condizione che venga citata la fonte.
Marinellys Tremamunno

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