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Sinodo: una deriva khomeinista?

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Verso la fine della Guerra Fredda l’America Latina divenne il terreno di scontro fra due visioni di società ed economia: quella occidentale basata sulla proprietà privata, la libera iniziativa aziendale e il libero mercato e quella, invece, d’impronta statalista, centralista, insomma socialista, rappresentata dal modello sovietico, con la sua propaggine cubana nell’emisfero americano.

La spettacolare caduta del Muro di Berlino e il collasso dell’Unione Sovietica svelarono agli occhi dell’opinione pubblica mondiale l’immensa miseria socio-economica che il comunismo aveva generato. Riproporre alla comunità internazionale l’economia socialista sembrava un esercizio donchisciottesco, tanto che un politologo americano eccessivamente ottimista, Francis Fukuyama, arrivò ad asserire che la “storia era finita”, insinuando che fino all’Armageddon saremmo vissuti tranquillamente adagiati sul modello occidentale, anche perché il modello alternativo non avrebbe più osato alzare la testa dopo una umiliazione come quella allora avvenuta, palese agli occhi di tutte le persone di buon senso.

Eppure non è stato così e possiamo affermare che l’ultimo Sinodo lo rivela chiaramente. Per approfondire l’argomento raccomandiamo vivamente la lettura dell’articolo del noto vaticanista del National Catholic Register, Edward Pentin (LINK), dal titolo “Il Sinodo Politico Panamazzonico?”, che riporta autorevoli voci sulla rinascita della Teologia della Liberazione promossa dal Sinodo.

Ma diciamo due parole introduttive alla lettura di questo articolo. Nel documento finale del Sinodo, al n° 36, viene rilanciata una realtà che oggi si trova in grande crisi di consenso popolare in America Latina: le Comunità Ecclesiali di Base (note come CEB). Questi organismi sono spesso serviti da vero braccio politico della Teologia della Liberazione, che doveva superare l’enorme opposizione all’espansione del social-comunismo in Sud America, proprio a causa della fede cattolica della sua popolazione. Del resto, lo stesso Documento finale del Sinodo insinua che le CEB  sono in decadenza dappertutto.

Ma qual è stato fino al 1989 il compito della Teologia della Liberazione e dei suoi alter ego delle CEB? Cercare di convincere una immensa maggioranza di fedeli cattolici che l’ateismo del marxismo poteva essere, almeno provvisoriamente, messo da parte, e presentare la dottrina marxista e neomarxista come corrispondente al desiderio di giustizia della dottrina sociale cattolica, anzi, come un imperativo morale da attuare in favore dei poveri.

Già nel 1990, quando ancora si sentiva il fragore del collasso del Muro, i principali dirigenti della sinistra latinoamericana, specialmente Fidel Castro e Lula da Silva, si riunirono a San Paolo del Brasile per rilanciare la lotta “socialista” contro l’oppressione, tema ossessivo della Teologia della Liberazione. Solo che questa volta ebbero l’accortezza di aggiungere alle rivendicazioni economiche tutta la vasta gamma di quanti erano ritenuti “oppressi”: le donne oppresse dagli uomini, gli omosessuali e i transgender oppressi dalla famiglia naturale e dalla cultura vigente, gli aborigeni del continente americano oppressi dalla “occupazione” europea, persino l’ente impersonale della “madre terra” oppressa dal modello economico qualificato da recenti documenti, financo quelli del Sinodo, come ecocida. 

La riunione del 1990, che divenne nota come Foro di San Paolo – più recentemente denominato anche Gruppo di Puebla – intendeva articolare in una vasta rete tutti i malcontenti causati da queste diverse “oppressioni” per lanciarli contro il sistema socio-economico dell’Occidente. Una possibilità assolutamente non prevista dal fiducioso Francis Fukuyama e per giunta verificatasi proprio nel “cortile di casa” statunitense.

Questa enorme alleanza di forze di sinistra riunite nel Foro di San Paolo o Gruppo di Puebla comprende un ampio spettro che va dai partiti comunisti classici e dai crudeli guerriglieri delle FARC colombiane agli esponenti della cosiddetta “Sinistra Cattolica” del subcontinente, come Lula da Silva. Lula è poi il frutto più noto delle CEB, cresciuto sotto il patrocinio del relatore generale del Sinodo Panamazzonico, il card. Claudio Hummes. Il Foro di San Paolo o Gruppo di Puebla è stato più volte indicato come uno dei responsabili dei disordini, anche violenti, delle ultime settimane contro il “modello economico ecocida” in diversi centri dell’America Latina. E Lula da Silva si è ripromesso, non appena uscito dal carcere pochi giorni fa, di far percorrere al Brasile la strada del Cile, dove si sono verificati morti ed ingenti danni materiali causati da focolai di manifestazioni e saccheggi non ancora del tutto spenti.

Noi del Pan Amazon Synod Watch abbiamo sempre detto che questo Sinodo sarebbe stato come una “cluster bomb”, una “bomba a grappolo”, cioè un solo grande proiettile che porta numerosi ordigni nella sua pancia, i quali vanno a colpire bersagli apparentemente diversi anche se uniti nel loro anelito di decostruzione sia della Chiesa che della civiltà occidentale. Ed ecco l’importanza dell’articolo di Edward Pentin che tratta del versante politico del Sinodo, quindi della sua incidenza nell’ambito temporale.

Ormai molto si è scritto, e giustamente, contro l’introduzione del paganesimo nella Chiesa, a partire degli episodi che hanno visto coinvolta la famigerata Pachamama; sulla possibilità che elementi del genere vengano introdotti nell’auspicato “rito amazzonico”; sulla proposta di amministrare il sacramento dell’Ordine a donne e viri probati; su una nuova morale che trascura le tematiche sempre più urgenti della famiglia, assediata dalla rivoluzione sessuale, per concentrarsi invece su presunti peccati ecologici, ecc. Era ora che qualcuno trattasse anche la deriva politica, dal sapore khomeinista, del Sinodo, dove si fa sempre più fatica a distinguere la frontiera fra la missione dell’autorità spirituale e la sfera di competenza dell’autorità temporale. 

  • Nota: ©Riproduzione autorizzata a condizione che venga citata la fonte.
Osservatorio - Sinodo sull'Amazzonia

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