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Rinasce la Teologia della liberazione marxista

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*Julio Loredo è autore del libro “Teologia della Liberazione – Salvagente di piombo per i poveri”. Collabora con l’Istituto Plinio Corrêa de Oliveira
Pope-Francis-and-Fr.-Gustavo-Gutiérrez

Con la pubblicazione del Documento Finale, sabato 25 ottobre, si è concluso il Sinodo forse più controverso della storia recente della Chiesa. A differenza dei sinodi ordinari, che trattano punti specifici di teologia o di pastorale, il Sinodo speciale per la regione panamazzonica è stato presentato come una sorta di “Concilio Vaticano III” che avrebbe “cambiato per sempre il volto della Chiesa”, secondo uno dei suoi protagonisti, mons. Overbeck, vescovo di Essen. Qualcuno addirittura ha parlato di “reinventare la Chiesa”. E, infatti, credo che mai un Sinodo abbia messo la scure così a fondo alle radici stesse della Chiesa, mettendo in questione la sua struttura, la sua dottrina e la sua disciplina.

La maggior parte dei commentatori europei e statunitensi si è concentrata sulla questione dei “viri probati”, cioè sull’ordinazione al sacerdozio di uomini sposati. Si tratta di una questione molto grave perché potrebbe alterare la disciplina della Chiesa sul Sacramento dell’Ordine, scardinandone la sua struttura organica. Esattamente quello che la sinistra vuole.

Altri commentatori hanno esaminato il cambio di paradigma teologico introdotto dal Sinodo. Nel parlare degli “spiriti della divinità, chiamati in varie forme, con e nel territorio, con e in relazione con la natura” (N° 14), e altre simili affermazioni dal sapore panteista, il Documento Finale apre implicitamente le porte a una nuova religione immanentista, in linea con le correnti estremiste della cosiddetta ecologia profonda. Tutta la Chiesa andrebbe reinterpretata alla luce della “teologia india, la teologia dal volto amazzonico” (N° 54), per produrre “una Chiesa con un’identità e un volto amazzonico” (N° 55).

Io, invece, vorrei soffermarmi non solo sul Documento Finale ma, più ampliamente, su un aspetto che è stato presente durante tutto il dibattito che ha preceduto e accompagnato il Sinodo Panamazzonico: la rinascita della Teologia della liberazione di carattere marxista ed eversiva. Prima, però, farò una premessa.

Sembra che, riguardo al Sinodo Panamazzonico, si stia ripetendo la stessa strategia già usata con il Concilio Vaticano II. Del Concilio si è soliti distinguere tra i documenti, l’“evento” e la propaganda mediatica. Anche in questo caso possiamo fare tale distinzione. I documenti preparatori – i Lineamenta e l’Instrumentum Laboris – hanno destato già molta preoccupazione, al punto d’essere stati sospettati di eresia e scisma. Il Documento Finale non sembra per nulla allontanare tale sospetto.

Più importante dei documenti, però, mi sembra l’“evento”, cioè l’uso e l’abuso che del Sinodo ne faranno i progressisti. Lo stesso Papa Francesco ha fatto tale distinzione quando, nel discorso finale, ha dichiarato: “Il risultato del Sinodo non è un documento. Siamo pieni di documenti. Noi abbiamo fatto il documento, adesso lo Spirito dà a noi il documento perché lavori nel nostro cuore”.

Il fatto è che, documento o non documento, lo “Spirito” sembra star soffiando fortissimo sugli ambienti della Teologia della liberazione, che un po’ ovunque stanno esultando per la conclusione di un Sinodo che essi ritengono abbia definitivamente consacrato le loro idee. Infatti, il cardinale peruviano Pedro Barreto, vicepresidente della Repam (Rete Ecclesiale Panamazzonica) e uno dei protagonisti nel Sinodo, ha dichiarato: “Con questo Sinodo, giunge a maturazione un lungo cammino di 30-40 anni fatto dalla Chiesa latinoamericana”. In altre parole, da quarant’anni il movimento della Teologia della liberazione si stava preparando per questo.

Per capire ciò bisogna fare un po’ di storia.

 

Un po’ di storia

La Teologia della liberazione (TL) sorse in America Latina negli anni Sessanta. Figlia della Nouvelle Théologie e del Modernismo, molto influenzata dalla teologia politica di Metz, usava il marxismo per analizzare le presunte situazioni di “oppressione” in America Latina, proponendo quindi una “liberazione” che si identificava col comunismo: “Comunismo e Regno di Dio sulla terra sono la stessa cosa”, dichiarava il teologo della liberazione Ernesto Cardenal.

Assumendo il concetto marxista del primato della prassi, i teologi della liberazione non “studiavano teologia” ma “facevano la Rivoluzione”, alla quale conferivano un carattere religioso salvifico. “Ciò che intendiamo per teologia della liberazione è il coinvolgimento nel processo rivoluzionario”, spiegava Gustavo Gutiérrez, padre fondatore della corrente.

Con tali presupposti, i militanti della TL si impegnarono a fondo in quasi tutti i processi rivoluzionari in America Latina tendenti a imporre il socialismo e il comunismo, arrivando in molti casi perfino alla lotta armata.

La caduta del comunismo sovietico e la condanna che ne fece Papa Giovanni Paolo II nel 1984, segnarono una battuta d’arresto per il movimento della TL, costretta quindi a riciclarsi in nuove correnti, tra cui la Teologia indigena e la Teologia ecologista. L’elezione di un Papa latinoamericano nel 2013, al contrario, diede il via alla sua rinascita, inaugurando una “nuova primavera” come allora si diceva. Dapprima si parlò di “sdoganare” la TL, poi di “inserirla nella vita della Chiesa”, salvo poi farla diventare una colonna portante dell’attuale pontificato.

Arriviamo così al Sinodo Panamazzonico, nel quale i principi della Teologia della liberazione sono stati introdotti nella pastorale della Chiesa, non solo nelle sue forme aggiornate – cioè la Teologia indigena e la Teologia ecologista – ma perfino nella sua forma classica, marxista ed eversiva. “Al grido dei poveri aggiungiamo il grido della terra che urla per la sua liberazione”, proclamava Leonardo Boff, figura di punta della Teologia ecologista e uno degli ispiratori dell’enciclica Laudato Sii, la base dottrinale del Sinodo.

 

Si risveglia il movimento della TL

Il Sinodo Panamazzonico sta servendo da scusa e da occasione per raggruppare e rinvigorire il movimento della Teologia della liberazione, specialmente le cosiddette CEB (Comunità ecclesiali di base), il braccio “militante” della TL, le quali sono encomiate ed incentivate nel Documento Finale in modo esplicito. Infatti, leggiamo al N° 36: “Le comunità ecclesiali di base sono state e sono un dono di Dio alle chiese locali dell’Amazzonia”.

“Religiosi di sinistra prevedono la rinascita delle Comunità ecclesiali di base”. Così titolava la Folha de S. Paulo, il maggiore quotidiano brasiliano, di orientamento progressista, un servizio sul Sinodo Panamazzonico: “Il Sinodo incoraggia temi cari alla sinistra cattolica latino-americana, come le CEB che negli anni ‘70 cercarono di coinvolgere i laici nella ristrutturazione della Chiesa e della società”. Cita quindi padre José Boeing, seguace di questa corrente: “Il Documento Finale darà forza alle CEB. Siamo solidari con la lotta del popolo”.

Il quotidiano paulista è molto chiaro: “Il Sinodo si sbilancia a favore della Teologia della liberazione che, influenzata dal marxismo, ebbe un’auge negli anni Settanta. Il Sinodo amplierà gli spazi della Teologia della liberazione. Si tratta di un’inversione di rotta, dopo decenni di marginalizzazione di questa corrente durante i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI”. Infatti, quasi tutti i rappresentanti del Brasile che hanno preso parte al Sinodo sono seguaci della Teologia della liberazione, a cominciare dal cardinale Claudio Hummes, relatore generale dell’assise. Quando era vescovo di Santo André, in Brasile, egli fungeva da “cappellano” per l’allora neonato Partido dos Trabalhadores, di orientamento marxista.

Continua il quotidiano paulista: “Il Sinodo difende anche la Teologia indigena, quella che appoggia i popoli indigeni, indipendentemente dalla loro conversione al cattolicesimo”.

Durante l’11° Incontro nazionale Fede e Politica, tenutosi a luglio in Brasile, Fra Betto, una delle principali figure della TL, aveva dichiarato: “Abbiamo davanti a noi una finestra di opportunità che ci permetterà di andare avanti. Non dobbiamo proporre la Teologia della liberazione. Spaventa molta gente. Dobbiamo parlare invece dei temi socio-ambientali. Fra i segni dei tempi, in questa linea, ecco il Sinodo Panamazzonico che si terrà ad ottobre. Questo è molto importante”.

Il commento generale adesso in America Latina è che il Sinodo sta “dando fiato alla Teologia della liberazione e alle Comunità ecclesiali di base”, come ha dichiarato il teologo della liberazione Agenor Brighenti commentando il pontificato di Papa Francesco.

Forse non è una coincidenza che, mentre l’evento Sinodo Panamazzonico incendia la Chiesa, l’estrema sinistra prova a incendiare l’America Latina. Dal Cile al Perù, dall’Ecuador al Venezuela, l’estrema sinistra vuole riprendersi il continente con le buone o con le cattive. Si moltiplicano le mobilitazioni, a volte violente. È come se, da qualche parte, sia arrivato l’ordine di attaccare. E, come ai vecchi tempi, i militanti della Teologia della liberazione stanno partecipando attivamente alle mobilitazioni.

Così, proprio mentre la sinistra latinoamericana sta tentando la riscossa, il Sinodo Panamazzonico porta acqua al suo mulino.

 

Plateau de fromâges

Nella logica di leggere il Documento Finale del Sinodo lasciandosi trasportare dal soffio dello “Spirito”, come proposto da Papa Francesco, ossia cercandovi spunti per la militanza liberazionista, possiamo dire che ce n’è per tutti: un vero plateau de fromâges.

Per i marxisti classici c’è una bella condanna della proprietà privata. Marx una volta sintetizzò il comunismo come l’abolizione della proprietà privata. In modo non diverso, in un capitolo intitolato “Il clamore della terra e il grido dei poveri”, il Documento Finale del Sinodo Panamazzonico denuncia come causa della “crisi socio-ambientale” l’“appropriazione e la privatizzazione dei beni della natura” da parte delle “classi dominanti” che mirano soltanto ai “loro interessi economici e politici” (N° 10).

Per i nemici della società industriale, c’è la condanna dell’“estrattivismo”, termine usato anche dall’attuale Pontefice per designare l’industria che utilizza e trasforma i frutti della terra. Tale uso della terra deve avere fine giacché provoca la “perdita della cultura originaria” dei popoli indigeni, cioè li fa uscire dallo stato selvaggio, basato esclusivamente sulla caccia e la pesca, facendo loro “perdere l’identità” (N° 10).

Elemento importante per la civilizzazione dei popoli indigeni è il loro raggruppamento in centri urbani. Questa è stata la politica dello Stato brasiliano sin dal XIX secolo. La corrente indigenista, al contrario, vuole mantenerli sparsi in piccole comunità rurali. Tale posizione trova appiglio nel Documento Finale, che inveisce contro la migrazione degli indigeni verso le città, attirati dal “falso miraggio della cultura urbana” (N° 13). Il Documento Finale vorrebbe preservare gli indigeni dall’“influsso della civiltà occidentale” (N° 14).

Per i partigiani della vita tribale, c’è l’esaltazione del “buon vivere” degli indios che vivono nella selva, nei quali “si realizzano pienamente le beatitudini” (N° 9). Il Documento Finale descrive la vita selvaggia nell’Amazzonia con toni idillici: “Vivere in armonia con sé stessi, con la natura, con gli esseri umani e con l’essere supremo, poiché esiste un’intercomunicazione tra l’intero cosmo, dove non vi sono escludenti né esclusi. Tale comprensione della vita è caratterizzata dalla connettività e armonia delle relazioni tra acqua, territorio e natura, vita e cultura della comunità, Dio e le varie forze spirituali” (N° 9).

Questi e altri brani stanno servendo per incoraggiare e fortificare il movimento della Teologia della liberazione in America Latina. Certamente abbiamo già un “evento-Sinodo” oltre al Documento Finale e alla annunciata Esortazione Apostolica.

  • Nota: ©Riproduzione autorizzata a condizione che venga citata la fonte.
Julio Loredo
Presidente dell'Associazione Tradizione Famiglia Proprietà (TFP) È un noto oratore cattolico, giornalista, scrittore e autore del libro bestseller Teologia della liberazione. Un salvagente di piombo per i poveri, che denuncia e confuta la Teologia della Liberazione. Attualmente risiede a Milano.

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