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La contraddizione più evidente del Sinodo sull’Amazzonia

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Se, come dicono, la Chiesa è in Amazzonia per dialogare con le culture indigene e difendere l’ecosistema, perché ci sarebbe bisogno di più sacerdoti, al punto da ordinare uomini sposati? Quello dei viri probati è solo uno stratagemma. E bisogna interrogarsi su cosa significhi, oggi, missione. Solo dalla fede e dall’annuncio di Cristo sorgono sacerdoti. Come dimostra la storia.

L’osservazione forse più pungente sulle anomalie del Sinodo sull’Amazzonia in corso a Roma dal 6 ottobre è di una semplicità disarmante: se la Chiesa è in Amazzonia per dialogare con le culture indigene e per difendere l’ecosistema, perché ci sarebbe bisogno di più sacerdoti, al punto da ordinare anche uomini sposati? Questa osservazione non mette solo in discussione lo stratagemma dei viri probati, dimostrandone il carattere strumentale da potersi poi applicare anche in riva al Reno, nella desolata e secolarizzata Europa centrale, ma obbliga a interrogarsi su cosa sia veramente importante nella missione.

Questa cosa importante è la fede, senza la quale non solo non vale la pena svolgere funzione protettiva delle culture autoctone o della natura, ma è anche impossibile generare sacerdoti che possano impartire i sacramenti. I sacerdoti sorgono dalla fede e dalla predicazione di Gesù Cristo. Per avere più sacerdoti e poter amministrare più diffusamente i sacramenti bisogna annunciare con fede Gesù Cristo. Queste semplici osservazioni capovolgono gli intenti del Sinodo sull’Amazzonia, stretto dentro una contraddizione senza sbocchi: da un lato non si vuole più parlare apertamente di Gesù Cristo, ma di diritti dei popoli indigeni e di eco-spiritualità, e dall’altro si auspicano più sacerdoti, anche con l’ordinazione di uomini sposati.

Ma i diritti dei popoli indigeni e l’ambiente non sono un altare e la decisione assoluta di farsi prete non nascerà mai dall’impegno per la salvaguardia della biodiversità, come nei decenni scorsi non è nata dalla lotta politica per la giustizia sociale. Piuttosto il contrario: la fede ridotta a lotta politica e a lotta per l’ambiente semmai si secolarizza e si secca il vivaio di nuove vocazioni sacerdotali. Benedetto XVI aveva indicato nella Teologia della Liberazione il principale fattore di secolarizzazione dell’America Latina. Lo stesso oggi si può dire per le teologie indigenista e ambientalista. È assurdo promuoverle, come fa l’Instrumentum laboris del sinodo e poi lamentare che non ci sono sacerdoti.

Il vescovo Athanasius Schneider – in un video trasmesso il 5 ottobre scorso durante il convegno romano intitolato “Amazzonia: la posta in gioco” – ha ricordato che i Padri del Deserto, i cattolici giapponesi, oppure molti fedeli che vivevano nell’Unione Sovietica, non ricevettero l’Eucarestia per anni. La salvezza è data dalla fede, dalla preghiera e da una vita secondo i comandamenti di Dio. Da questa vita di fede – coltivata, difesa e annunciata anche nel pericolo – sono scaturite poi nel tempo molte vocazioni, anche sacerdotali e, passati i periodi di difficoltà politica, si sono potute liberamente esprimere.

Se nella regione amazzonica – ma lo stesso si può dire per altre aree del pianeta e perfino per la già ricordata area renana in seno all’Europa – non ci sono vocazioni è perché è venuta a mancare la fede e l’annuncio ha perso la dimensione verticale, sia in altezza che in profondità. È perché alla fede è stata corrosa la sua veste dottrinale e il suo impianto teologico, rendendola simile a una prassi e, anzi, teorizzandola come tale. Il vescovo Helder Camara diceva che è meglio fondare un sindacato che andare a Messa.

Il missionario padre Martín Lasarte Topolanski ha ben spiegato queste contraddizioni del sinodo amazzonico in un articolo pubblicato prima ancora che papa Francesco lo invitasse al sinodo stesso. La Chiesa coreana – egli dice – è stata fondata dai laici con la presenza saltuaria di qualche sacerdote. Nella Chiesa giapponese i sacerdoti sono tornati dopo duecento anni di persecuzione alla quale hanno resistito i laici. In Angola egli stesso ha potuto incontrare comunità cristiane che da 30 anni non ricevevano l’Eucarestia né avevano visto un sacerdote. In altre parole: dalla fede scaturiscono i sacerdoti, le comunità religiose, le vocazioni indigene più che il contrario. Questo, però, non è avvenuto in Amazzonia, dove non si registrano vocazioni sacerdotali e dove si vuole ricorrere ai viri probati e non alla fede.

Chiedendosi il perché, il padre salesiano conferma la sagace ed elementare osservazione da cui siamo partiti: se la Chiesa è in Amazzonia per dialogare con le culture indigene e per difendere l’ecosistema, perché ci sarebbe bisogno di più sacerdoti? Se la Chiesa in Amazzonia sostiene che l’evangelizzazione è stata una pessima cosa per i popoli indigeni, se la pastorale ha sostituito l’annuncio con la fornitura di servizi sociali, se i cattolici tanto spesso sembrano chiedere perdono… non nasceranno vocazioni sacerdotali e anche i viri probati saranno inutili.

 

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 18-10-19

  • Nota: posizioni e concetti espressi negli articoli firmati sono di esclusiva responsabilità dei loro autori.
  • ©Riproduzione autorizzata a condizione che venga citata la fonte.
Stefano Fontana
È uno scrittore, giornalista e studioso di Dottrina Sociale della Chiesa, di Filosofia Politica e di questioni relative al rapporto tra fede e politica. Dirige l'Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina Sociale della Chiesa e il settimanale diocesano di Trieste, Vita Nuova. Scrive anche per Il Timone e La Bussola Quotidiana.

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