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Il Cardinal Brandmüller dichiara che col Sinodo dell’Amazzonia ci si gioca tutto

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Pubblichiamo di seguito la dichiarazione del cardinale Walter Brandmüller apparsa sul sito tedesco kath.net e tradotta in italiano dal blog Chiesa e post concilio

BrandmullerPhoto

Qui non è in gioco l’Amazzonia, ma tutto quanto

del Cardinal Walter Brandmüller

 

Sarebbe un errore fatale pensare che i promotori dell’attuale Sinodo dei Vescovi si preoccupino davvero solo per il benessere delle tribù indigene della foresta amazzonica. Al contrario, è ovviamente sicuro che essi sono strumentalizzati per portare avanti un programma che ha a che fare con la Chiesa Universale e che affonda le sue radici in gran parte nell’inizio del XIX secolo.

Va detto in modo puro e semplice che qui è in gioco né più né meno che la fede cattolica, la fede giudeo-cristiana[1]. In primo luogo c’è da porsi la domanda fondamentale e decisiva: “Ma allora, cos’è la religione?”

Pochi contestano il fatto che la “religione” sia un elemento essenziale dell’esistenza umana. Tuttavia, non è per niente chiaro – o in genere non è noto – cosa ciò significhi. Esistono varie risposte piuttosto contraddittorie a questa domanda. In sostanza, la questione verte sul dilemma se la religione sia il risultato di tentativi dell’uomo di preservare e gestire la propria esistenza – ossia, se sia un prodotto culturale, umano – o se debba essere intesa in un altro modo.

Secondo la prima ipotesi, la religione nasce dalla riflessione sull’esperienza di profondità esistenziali all’interno della persona, ossia sulla sua finalità. Ma in questo caso la religione non sarebbe altro che un incontro dell’uomo con se stesso. Questo concetto è la conseguenza del culto della ragione promosso dall’Illuminismo. Appare qui – e ci viene in mente Rousseau – l’ideale del “buon selvaggio” in contrapposizione col pensatore autonomo e illuminato europeo.

Intendere la religione come un incontro dell’uomo con se stesso produce notevoli conseguenze dovute al fatto che lo sviluppo della persona durante la sua vita reca necessariamente con sé cambiamenti, se non contraddizioni, in tali esperienze “religiose”. Ecco quindi che entra in gioco il concetto di evoluzione, il quale implica il fatto che nella misura in cui l’umanità “evolve”, “evolve” anche l’(auto)coscienza religiosa. Di conseguenza, diventa possibile sostituire intuizioni più antiche con nuove intuizioni più “alte”. In questo modo si fa un passo indietro – che paradossalmente è considerato progresso – rispetto alle conquiste della cultura europea, come nel caso dell’Amazzonia.
La storia della religione giudeo-cristiana si staglia in modo nettamente contrastante contro questo concetto di religione come autorealizzazione dell’uomo.

Quando gli ebrei e i cristiani parlano di religione – con le sue varie espressioni dottrinali, morali e cultuali – si riferiscono al modo e all’atteggiamento con cui l’uomo risponde a una realtà extra- o sovra-mondana che si avvicina a lui dall’esterno. In poche parole, la questione verte sulla risposta dell’uomo all’auto-comunicazione e all’auto-rivelazione del Creatore alla Sua creatura, l’uomo. È un evento che rappresenta un autentico dialogo tra Dio e l’uomo.

Dio parla in vari modi e l’uomo risponde. È un dialogo. Il concetto di religione proprio del modernismo – al contrario – consiste in un monologo: l’uomo rimane solo con se stesso. Questo evento dialogico è cominciato con la chiamata dell’uomo da parte di Dio, come dimostra la storia del popolo d’Israele.

Dio si è rivolto al Suo popolo eletto nel corso di una storia ricca di eventi che, ad ogni passo, ha portato a un livello più alto. L’Epistola agli Ebrei esordisce con le parole: “Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio”. Il Vangelo di San Giovanni definisce questo Figlio il Verbo Incarnato del Dio Eterno. Allo stesso tempo Egli è e porta la Rivelazione finale, che si trova in forma scritta nei libri della Bibbia e nella tradizione orale autentica della comunità dei discepoli scelti da Gesù Cristo, da cui è sorta la Chiesa. Tutto ciò è avvenuto una volta per tutte ed è universalmente valido, nello spazio e nel tempo.

Ma per quanto riguarda il nostro problema concreto, rappresentato dal ‘Sinodo dell’Amazzonia’, ciò significa che i fatti summenzionati escludono un concetto di religione che abbia limiti geografici o cronologici. Ma ciò significa anche che una Chiesa amazzonica è teologicamente impensabile. La rivelazione del Vangelo e la trasmissione della grazia di Cristo a tutti i popoli di tutti i tempi sono state affidate solo ed esclusivamente alla Chiesa cattolica, una, santa e apostolica (e pertanto romana), e solo ad essa sono state promesse la luce e la forza dello Spirito di Dio per poter compiere questa missione.

La Chiesa è all’altezza di questa missione – con l’ausilio dello Spirito Santo – quando compie il proprio ministero magisteriale e pastorale nella storia.

Una volta chiarito ciò sin dall’inizio, è necessario ora fare un’allarmante osservazione. Se si escludono appena cinque citazioni piuttosto marginali, l’Instrumentum Laboris del Sinodo non contiene il benché minimo riferimento ai concili e al magistero papale. Colpisce in modo particolare l’assenza totale del Vaticano II (con l’eccezione di due citazioni, anche in questo caso piuttosto marginali). Il fatto che documenti così importanti e tematicamente rilevanti come il Documento sull’Attività Missionaria della Chiesa, Ad Gentes – oltre alle Costituzioni Maggiori sulla Liturgia, sulla Rivelazione e sulla Chiesa – non siano citate in alcun punto, è semplicemente incomprensibile.
Lo stesso dicasi a proposito del magistero post-conciliare e delle encicliche importanti.

Il fatto che la tradizione dottrinale della Chiesa venga ignorata e che al suo posto venga citato quasi esclusivamente il Sinodo Latinoamericano di Aparecida del 2007 può essere inteso solo come una rottura spettacolare con la storia precedente. Inoltre, quella che è quasi un’assolutizzazione dell’assemblea di Aparecida fa sorgere anche la questione della comprensione reale, in America Latina, della Communio ecclesiale a livello universale.

Infine, si consideri per inciso un’evidente contraddizione, presente all’interno dell’Instrumentum Laboris, col Decreto sull’Attività Missionaria della Chiesa, Ad Gentes, il quale sancisce (n. 12) che la Chiesa non ha alcuna intenzione (nullo modo!) di intromettersi negli affari politici (in particolare nella politica delle terre di missione) e che pertanto non rivendica alcuna autorità mondana. Questa è una dichiarazione chiara di un documento conciliare che è tuttavia diametralmente opposta a estesi paragrafi dell’Instrumentum Laboris.

In breve, gli autori dell’Instrumentum Laboris ignorano il Concilio Vaticano II e – come si è detto – tutti i documenti del magistero post-conciliare che lo interpretano. Ma ciò implica – come abbiamo anche già rilevato – una rottura con la tradizione dogmaticamente vincolante, e in realtà anche col carattere universale della Chiesa. Il fatto che una siffatta rottura sia realizzata, per così dire, in modo “sotterraneo”, vale a dire in modo occulto e segreto, è ancor più inquietante.

Tuttavia, il metodo qui utilizzato segue il modello dell’Amoris Laetitia, nella cui ormai ampiamente dibattuta nota 351 si trova il tentativo di cancellare la dottrina della Chiesa. [indice articoli su AL]

Rivedendo quanto è stato detto sinora, sarà rimasto ormai ben chiaro che le dispute sul Sinodo dell’Amazzonia hanno a che fare solo in modo assai superficiale con la peraltro esigua popolazione amazzonica.

Piuttosto, viene da porsi lo sconvolgente quesito, se i protagonisti di questo sinodo non abbiano piuttosto l’intenzione di sostituire in modo occulto la religione intesa come risposta dell’uomo alla chiamata del suo Creatore con una religione panteistica dell’uomo, in particolare con una nuova variante del modernismo degli inizi del XX secolo. È difficile non pensare ai testi escatologici del Nuovo Testamento!

Spetta ora ai vescovi riuniti nel Sinodo dell’Amazzonia – e, in ultimo, a Papa Francesco – decidere se una rottura così drammatica con la tradizione costitutiva della Chiesa avverrà, nonostante le sue inevitabili e terribili conseguenze.

Le osservazioni di Papa Francesco su quanto ci si aspetta [sul destino atteso] dall’Instrumentum Laboris possono forse far risvegliare la speranza?

Traduzione per Chiesa e post-concilio di Antonio Marcantonio

 

Fonte: Chiesa e post-concilio, 18-10-19

  • Nota: posizioni e concetti espressi negli articoli firmati sono di esclusiva responsabilità dei loro autori.
  • ©Riproduzione autorizzata a condizione che venga citata la fonte.
Cardinale Walter Brandmuller

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