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Intervento di José Antonio Ureta al Convegno “Amazzonia: la posta in gioco”

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Eminenza, Eccellenza
Reverendi sacerdoti,
Altezza Imperiale e Reale, Altezze
Signore e Signori,

Da molti anni collaboro con l’Istituto Plinio Corrêa de Oliveira e ringrazio i suoi dirigenti per l’onore di avermi invitato a rivolgere la parola oggi a un pubblico così selezionato.

Il tema di cui mi occuperò s’intitola “Il volto amazzonico: maschera che nasconde un’apostasia”. I documenti preparatori per il Sinodo che inizierà domani usano effettivamente l’espressione “Chiesa dal volto amazzonico” dodici volte in vari contesti, dandogli il significato di una Chiesa “in uscita” che “lascia alle spalle una tradizione coloniale monoculturale, clericale e impositiva”(n. 110).

Questa formulazione che si è voluta così definitoria – “Chiesa dal volto amazzonico” – solleva una domanda previa:  la Chiesa ha un volto? Qual è la sua espressione? La risposta mi sembra facile: se la Chiesa è il Corpo Mistico di Cristo, il suo viso non può che essere quello del suo Capo. Pertanto, mons. Marian Eleganti, vescovo ausiliare di Coira, in un’intervista a LifeSiteNews ha giustamente affermato:

“Per quanto riguarda il volto della Chiesa, mi piacerebbe che essa ci presentasse il Volto di Cristo così come è stato rivelato nei Vangeli. In questo senso affermo che secondo me non esiste una Chiesa ‘con un volto amazzonico’. (…) Al contrario, è il Volto di Cristo che deve diventare visibile in tutte le culture del mondo. Ma affinché ciò sia possibile, tali culture devono prima convertirsi a Lui”.

Nella sua meditazione per la sesta stazione della Via Crucis, “Veronica asciuga il volto di Gesù”, il prof. Plinio Corrêa de Oliveira spiega gli aspetti principali in cui la Chiesa riflette, in tutto lo splendore, il volto divino di Nostro Signore. Dice:

“Vi è una grazia che vale molto di più del possedere miracolosamente stampato su un velo il santo volto del Salvatore. Sul velo la rappresentazione del volto divino è stata fatta come in un quadro. Nella santa Chiesa Cattolica, apostolica, romana è fatta come in uno specchio. Nelle sue istituzioni, nella sua dottrina, nelle sue leggi, nella sua unità, nella sua universalità, nella sua insuperabile cattolicità, la Chiesa è un autentico specchio nel quale si riflette il nostro divino Salvatore”.

Ora, è proprio in tutti questi aspetti appena enunciati che la “Chiesa dal volto amazzonico” vagheggiata dai promotori del Sinodo non riflette più il volto sacro di Gesù Cristo:

– le nuove istituzioni ecclesiali che promuove mirano ad eliminare non solo il celibato sacerdotale ma il carattere gerarchico della Chiesa;

– la dottrina su cui si basa è un semplice derivato indigenista della teologia della liberazione;

– le nuove leggi sostenute consentiranno persino i rituali sciamanici nella liturgia;

– si nega persino l’unità della Chiesa, creando chiese indigene, ognuna chiusa nel suo ghetto culturale;

– si negano l’universalità e la cattolicità della Chiesa, perché in nome di un “dialogo interculturale” si rifiuta l’evangelizzazione, mettendo l’annuncio al servizio del paganesimo, dell’ecologismo panteista e del collettivismo tribale.

Insomma,  si tratta di un vero invito all’apostasia, come ha opportunamente denunciato il cardinale Walter Brandmüller riferendosi all’Instrumentum laboris.

Tutto ciò può sembrare troppo severo? Eppure, penso che dopo un breve studio di due soli aspetti tra le eresie di cui ha parlato il porporato tedesco – ovvero la teologia India e il nuovo sacerdozio egualitario e tribalista che essa promuove – apparirà chiaro che non lo è.

 

Teologia India e dialogo interculturale: preludio di un ritorno al paganesimo

Il paragrafo 98 dell’Instrumentum laboris richiede formalmente “l’insegnamento della teologia indigena pan-amazzonica in tutte le istituzioni educative”, poiché ciò “consentirà una migliore e maggiore comprensione della spiritualità indigena prendendo in considerazione i miti, le tradizioni, i simboli, i saperi, i riti e le celebrazioni originarie che includono le dimensioni trascendenti, comunitarie ed ecologiche”.

Ebbene, cos’è questa Teologia indigena, che si dovrebbe insegnare?

Dopo essere stata condannata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede e, ancor più, dopo il crollo dell’impero sovietico, la Teologia della Liberazione è caduta in un tale discredito da doversi re-inventare sotto forma di varie correnti. Queste correnti corrispondevano alle cosiddette minoranze visibili che avrebbero dovuto giocare, nel gergo marxista, il ruolo di nuovi agenti storici della rivoluzione: teologia femminista, teologia queer, teologia afro, eco-teologia, ecc. La Teologia India non è altro che uno di questi diversi derivati.

Come sottolineato dal teologo Vicente Zaruma, sacerdote indigeno del gruppo etnico Cañari in Ecuador, “mentre la Teologia della liberazione “ha enfatizzato la ‘classe sociale’” e “si è preoccupata dell’aspetto materiale dell’essere umano”, la Teologia India “si preoccupa della parte spirituale del popolo (…). Lo spazio di lotta è soprattutto la cultura e la religione”. (Gramsci direbbe che si tratta della lotta per “l’egemonia culturale”). Tuttavia, secondo padre Zaruma, “le due preoccupazioni non si contraddicono, ma sono complementari”, giacché “la teologia india non si può dare senza liberazione”.

La griglia di interpretazione della realtà rimane la lotta di classe, ma questa volta è la lotta dei popoli aborigeni che devono preservare la loro antica cultura pagana contro il colonialismo europeo dei missionari. Ciò che la Teologia India cerca è di “recuperare il pensiero religioso dei popoli indigeni prima del loro incontro con la cristianità”, come spiega il sacerdote indigeno messicano Eleazar López, il quale si autoproclama “ostetrico” ​​di questa scuola teologica. Secondo lo stesso autore, la Teologia indigena oggi ha due grandi versanti: “La Teologia india-india, ovvero quella che si fa senza intervento dell’elemento cristiano [cioè, palesemente pagana] –  alcuni la chiamano Teologia Originaria o puramente indigena – e la Teologia India-Cristiana, che si fa nel contesto del dialogo tra ciò che è indigeno e ciò che è cristiano”, al fine di “riscattare o innovare schemi teologici che permettano la coesistenza pacifica di entrambe le forme religiose e teologiche”.

In realtà, la teologia India-cristiana funziona come uno scivolo che fa slittare verso il paganesimo della teologia India-India, giacché sarebbe puramente illusorio poter giungere – a livello teologico – ad una sintesi sincretistica tra l’elemento indigeno e l’elemento cristiano.

Lo stesso p. Eleazar López riconosce che “gran parte dei miti indigeni attuali … sono di origine nomade” e che “nello schema religioso e teologico del nomadismo Dio è tutto, e tutto ha a che fare con Dio”;  Dio è l“Energia Originaria della vita” e le montagne, i fiumi, le grotte, gli alberi altro non sono che membra del suo corpo. Cioè, le religioni indigene d’America sono una forma di panteismo, sotto le sembianze di un politeismo primitivo attraverso l’invocazione del sole e della luna o degli spiriti della montagna, del fiume, degli alberi, ecc.

I miti dei popoli aborigeni sono incompatibili con il Dio del nostro Credo. Come ha spiegato una volta P. Joseph Goetz S.J., professore all’Università Gregoriana, “ciò che nell’Antico Testamento corrisponde alle tradizioni religiose degli amazzonici, è precisamente ciò contro cui l’Antico Testamento lotta con violenza profetica. (…) Un ‘essere supremo’… (parola molto ambigua) non è automaticamente Dio per il fatto di essere superiore agli altri. Deve essere il Creatore degli altri e avere una sovranità assoluta, universale, al di sopra di qualsiasi potenza, essere ‘il Signore’. Se questa idea è una novità, non la si può silenziare”.

Invece la Teologia India insegna che è necessario mettere a tacere il Dio della Bibbia in nome “del dialogo interculturale”.

Ciò è molto chiaro negli scritti di don Paulo Suess, un sacerdote tedesco che vive in Brasile, professore di missionologia, consigliere del Consiglio Indigenista Missionario della Conferenza episcopale del Brasile, membro del Consiglio pre-sinodale e uno dei redattori dei Lineamenta.

Secondo padre Suess, “per gli esseri umani la percezione della realtà passa sempre attraverso un ‘filtro’ culturale”, quindi “extra culturam non c’è rivelazione né salvezza”: notate bene, non è al di fuori della Chiesa, come diceva il Quarto Concilio Lateranense, ma al di fuori della propria cultura che non c’è salvezza. Pertanto, dice lui, in una società monoculturale che “vive la sua religione intimamente unita alla sua cultura”, predicare il Vangelo equivale a disconnettere la religione e la cultura: “Un guaranì che aderisce al cristianesimo – si lamenta padre Suess – non deve solo cambiare religione. È anche obbligato a modificare il suo riferimento culturale”. Perché “la rivelazione di Gesù Cristo come logos, per esempio, è una ‘scoperta’ assolutamente contestuale, e quindi culturale e storica”, valida per il mondo culturale greco, ma non per gli indigeni amazzonici.

Pertanto, l’annuncio del Vangelo equivale a “introdurre una nuova memoria concorrente o parallela” e a “sostituire la memoria religiosa indigena con la memoria di Israele”. Ciò, ovviamente, “costituirebbe un nuovo tentativo di colonizzazione”.

Al contrario, il dialogo interculturale mira ad avere una “presenza solidale e di testimonianza” accanto a un popolo, a “collaborare al rafforzamento della sua identità” e ad “accompagnarlo nella lotta”. Piuttosto che una conversione che porta alla purificazione e all’abbandono di falsi valori culturali risultanti del peccato, “l’unica rottura che il Vangelo propone… è il dovere di rompere l’infedeltà ai propri progetti di vita”. Quindi, per esempio, per gli indiani Yanomami e venti altri gruppi etnici, abbandonare l’infanticidio sarebbe anti-evangelico perché rappresenterebbe una “infedeltà ai propri progetti di vita”.

Non sorprende che il Consiglio Indigenista Missionario dei Vescovi del Brasile sul suo sito web abbia ancora la difesa dell’infanticidio presentata dall’antropologa Rita Segato presso la Commissione per i Diritti Umani della Camera dei Deputati brasiliana, in nome del principio secondo cui il diritto alla vita delle popolazioni indigene come soggetto collettivo e delle sue culture è prioritario rispetto al diritto individuale alla vita dei bambini sacrificati!

Questo falso concetto di “dialogo interculturale” porta i neo-missionari a partecipare a rituali pagani e ad adorare le divinità mitologiche indigene. Il gesuita spagnolo Bartomeu Meliá, primo capo della pastorale indigena alla Conferenza episcopale paraguaiana, durante la Settimana Missionaria 2013 si è chiesto: “Fin dove possiamo praticare le religioni indigene?”. E ha risposto: “Le religioni indigene ci sembrano strane, ciò però non elimina la sfida a partecipare agli spazi religiosi; sì, si può praticare la religione indigena senza negare la propria, questo allarga anche il nostro cuore”. 

Questa abdicazione del cristianesimo è stata già denunciata nel marzo 2001 dal cardinale messicano Javier Lozano Barragán durante il 5° incontro plenario della Pontificia Commissione per l’America Latina. L’allora presidente del Pontificio Consiglio per la Pastorale Sanitaria, lamentandosi severamente, disse che per la Teologia India, “nelle culture indie si dà una vera rivelazione. Ci sono dunque due rivelazioni, quella delle tradizioni e quella della Bibbia. Prima viene la storia del popolo indigeno, dopo viene la Bibbia ad appoggiarla. Le tradizioni indigene hanno la preminenza sulla Bibbia. Queste tradizioni sono l’altra Bibbia, criterio della Bibbia cristiana. Le tradizioni sono l’altra rivelazione di Dio. La Storia del popolo indigeno è il suo Antico Testamento. (…) Non bisogna annunciare il Vangelo, bisogna lasciare che gli indigeni sviluppino la loro religione affinché scoprano Cristo nei propri valori (…) Bisogna liberare le religioni indie non cristiane, affinché trattino con il Cristianesimo alla pari” (…) La Chiesa deve riconoscere che il cammino da lei proposto non è che uno dei tanti. Il Cristianesimo deve abdicare alla sua pretesa d’essere l’unico cammino (…)

“Il ruolo delle chiese non è propriamente salvare l’uomo, bensì formare la sua coscienza indigena. La cultura indigena è di per sé stessa salvatrice”.

Questa denuncia non ebbe l’effetto atteso e ora non sono solo alcuni teologi e missionari d’avanguardia a esaltare il paganesimo, ma è addirittura un documento pre-sinodale a domandare che i loro scritti vengano studiati.

Inoltre, l’Instrumentum laboris fa apertamente l’apologia della visione panteistica che gli indiani hanno del mondo: “La vita delle comunità amazzoniche non ancora colpite dall’influenza della civiltà occidentale [l’uso del verbo “colpire” fa capire che si tratta di una cattiva influenza razionalista] si riflette nelle credenze e nei riti in merito all’agire degli spiriti, della divinità – chiamata in tantissimi modi – con e nel territorio, con e in relazione alla natura. Questa cosmovisione è raccolta nel ‘mantra’ di Francesco: ‘tutto è collegato’”(n° 25).

Pertanto, la regione amazzonica è un “luogo epifanico”, un “luogo teologico”, una “fonte peculiare della rivelazione di Dio” (n° 19). Dobbiamo quindi ascoltare “il grido di ‘Madre Terra’”, cioè la Pachamama, la dea totemica degli Inca, menzionata tre volte nel documento (nn. 17, 85 e 146), perché altrimenti “abusare della natura significa abusare degli antenati, dei fratelli e sorelle, della creazione e del Creatore”(n. 26).

L’Instrumentum laboris abbraccia anche la fallacia del “dialogo interculturale”, affermando che “è lo Spirito che per secoli ha nutrito la spiritualità di questi popoli, anche prima dell’annuncio del Vangelo, (e che) li spinge ad accettarlo a partire dalle loro culture e tradizioni”.

Dunque, “è necessario cogliere ciò che lo Spirito del Signore ha insegnato a questi popoli nel corso dei secoli: la fede in Dio Padre-Madre Creatore [cioè la Pachamama], il senso di comunione e di armonia con la terra” (n. 121).

Anche l’unicità del Vangelo è negata. Ascoltare lo Spirito, afferma, ci porta a “riconoscere altre vie che cercano di svelare l’inesauribile mistero di Dio” ed a evitare “un atteggiamento corporativo che riserva la salvezza esclusivamente al proprio credo” (n. 39). Pertanto, “l’inculturazione della fede non è un processo dall’alto verso il basso o un’imposizione esterna, ma un arricchimento reciproco delle culture in dialogo” (n. 122).

La parola “conversione” appare 34 volte nell’Instrumentum laboris, ma non una volta si riferisce a un’eventuale conversione degli indigeni (come è noto, ci sono vescovi e congregazioni missionarie che si vantano di non aver battezzato nessun aborigeno per diversi decenni). La conversione che viene incoraggiata è sempre una “conversione ecologica integrale” dei civilizzati, predatori della natura in nome della loro presunta superiorità… Si tratta anche di una “conversione ecclesiale” che implica, per la Chiesa, un’autocritica che la porta a “disimparare, imparare e rimparare” (n. 102). Cioè, nel cosiddetto “dialogo interculturale” siamo noi che dobbiamo essere “evangelizzati” lasciandoci “sorprendere dalla saggezza dei popoli indigeni”. Perché? Perché loro “ci insegnano a riconoscerci come parte del bioma” (n. 102), che a sua volta è un “autentico luogo teologico con un enorme potenziale evangelizzatore” (n. 126). Benvenuti nella nuova chiesa adoratrice dei luoghi epifanici!

 

Il nuovo sacerdozio tribale

Vediamo ora le conseguenze molto serie che il progettato “volto amazzonico e indigeno” avrebbe per la struttura gerarchica della Chiesa, la quale è basata, come noto, sul sacramento dell’Ordine, che stabilisce non solo un grado ma una differenza ontologica tra il sacerdozio ministeriale dei chierici e il sacerdozio comune dei fedeli.

Ha suscitato molta inquietudine e grande dibattito – e con buone ragioni, come abbiamo ascoltato nelle parole del vescovo Athanasius Schneider – la proposta che “si studi la possibilità di ordinazione sacerdotale di anziani, preferibilmente indigeni (…) sebbene possano avere già una famiglia costituita e stabile” (n. 129).

Forse, maggiore inquietudine potrebbe provocare il paragrafo dell’Instrumentum laboris in cui si afferma che “sarebbe opportuno riconsiderare l’idea che l’esercizio della giurisdizione (potere di governo) deve essere collegato in tutti gli ambiti (sacramentale, giudiziario, amministrativo) e in modo permanente al Sacramento dell’Ordine” (n. 127).

Questo paragrafo riprende, con un gergo tecnico, la proposta del vescovo Fritz Löbinger di inventare un sacerdozio low cost, temporaneo e circoscritto ai confini di una comunità, per mezzo dell’ordinazione di persone con la sola facoltà di celebrare la messa e amministrare i sacramenti, ma senza il potere d’insegnare o governare. Papa Francesco ha definito la proposta “interessante” durante la conferenza stampa aerea del viaggio di ritorno dalla GMG di Panama.

Questa proposta già fu lanciata negli anni dopo il Concilio da autori condannati come Hans Küng e Leonardo Boff, i quali chiesero che le celebrazioni eucaristiche fossero presiedute a rotazione da un membro scelto dalle loro stesse comunità.

A loro volta, anche gesuiti come Joseph Moingt e Paul de Meester, – mai censurati dall’autorità ecclesiastica – immaginavano questo tipo di sacerdozio low cost, locale e temporaneo, parallelo al sacerdozio universale e permanente di alcuni sacerdoti celibi, formati in  seminario e che assumerebbero un ruolo di supervisione itinerante per le comunità.

Per evitare confusione tra questi due tipi di sacerdoti, il vescovo Fritz Löbinger suggerisce che in ogni luogo vengano ordinati diversi leader della comunità, che formino una squadra e che assumano insieme la responsabilità in modo che tutti possano continuare a vivere come il resto dei cittadini del luogo. Per il vescovo Löbinger è “possibile combinare due cose: una professione secolare e il sacerdozio” e la prova di ciò è che “vi sono migliaia di sacerdoti part-time in molte chiese cristiane” (e così ammette indirettamente che i suoi “sacerdoti comunitari” non sono diversi da un semplice pastore protestante).

L’idea di un sacerdozio temporaneo e circoscritto alla comunità che l’ha scelto è eretica, in quanto nega che il sacramento dell’Ordine imprime un carattere indelebile su chi riceve l’imposizione delle mani e nega che il suo sacerdozio sia per l’intera Chiesa e non solo per una comunità particolare.

Ma sarebbe teologicamente impossibile anche l’ordinazione di sacerdoti ad aeternum ma istituzionalmente privati del munus regendi e del munus docendi. La missione salvifica di Nostro Signore Gesù Redentore era una e il suo triplice potere di santificare, insegnare e governare era un solo potere. Anche il sacramento attraverso cui tale unica missione e questo unico potere sono trasmessi è uno e dunque inscindibile.

Anche un’ordinazione piena ma con una limitazione canonica permanente dell’esercizio di alcuni dei sui poteri falserebbe completamente agli occhi dei cattolici e del pubblico la nozione di sacerdozio che Cristo ha istituito, perché i sacerdoti tradizionali sarebbero una piccola minoranza e avrebbero contatti sporadici con le comunità, mentre tali sacerdoti low cost sarebbero la stragrande maggioranza e sarebbero in continuo contatto con i fedeli.

Ma l’offensiva contro il sacerdozio cattolico va oltre. Si cercano anche l’ordinazione delle donne e la concessione di una varietà di ministeri ufficiali ai laici. Di conseguenza, la differenza tra chierici e laici nella pratica si dissolverebbe, trasformando la Chiesa cattolica, nella migliore delle ipotesi, in una chiesuola protestante.

Dico “nella migliore delle ipotesi” perché i promotori di Teologia India promuovono la concessione di ministeri ufficiali agli sciamani e l’introduzione di rituali di stregoneria nella liturgia.

Secondo l’Instrumentum laboris i riti delle culture indigene “devono essere assunti nel rituale liturgico e sacramentale” (n. 126) perché “creano armonia ed equilibrio tra gli esseri umani e il cosmo”. La stregoneria viene evocata nei Lineamenta, dove si legge che “i vecchi saggi, chiamati indistintamente – fra l’altro – payés, mestres, wayanga o sciamani, hanno a cuore l’armonia delle persone tra loro e con il cosmo” (n. 6).

Suor Guaracema Tupinambá, nata in Amazzonia e provinciale di una congregazione religiosa, è più esplicita: “Occorre comprendere quali sono i ministeri esistenti tra questi popoli e come possiamo … accoglier[li]. (…) Quando vado in una comunità indigena che ha uno sciamano, mi domando cosa dobbiamo portare ai ministeri che noi abbiamo appreso dalla Chiesa occidentale”.

L’unica precauzione da prendere, secondo il missionario verbita Karl Arenz, è quella di dare agli stregoni molta autonomia nell’esercizio del loro ministero, perché “come sciamani, non dipendono dalle strutture … per legittimare il loro dono, ma solo dalla ‘compagnia mistica’ dei ‘caruanas’ [gli spiriti della selva che invocano]. Questo fatto li rende indipendenti davanti a qualsiasi istituzione”.

I contorni del volto indigeno che gli ispiratori e i redattori dell’Instrumentum laboris intendono dare alla Sposa di Cristo sono dunque chiaramente definiti: una Chiesa amazzonica dal volto di strega.

Questa prospettiva, Eminenza, Eccellenza, Reverendi Sacerdoti, Altezze, signore e signori, la dobbiamo respingere con tutto il vigore della nostra anima!

Non possiamo permettere che l’unica e universale Chiesa venga spezzata in un arcipelago di chiese indigene che non riflettono il volto di Cristo!

Non possiamo permettere che la sua liturgia divenga un rituale idolatrico alla Madre Terra con relativa invocazione di “spiriti” che possono essere solo vassalli del diavolo!

Non possiamo permettere che il sacerdozio cattolico venga degradato a volgare servizio rotativo di capetti qualsiasi aventi una mera funzione presidenziale!

Non possiamo permettere che i missionari cattolici si rifiutino di insegnare le dolci verità della fede e di rigenerare con l’acqua del Battesimo le povere anime degli indigeni, limitandosi a ascoltare le loro credenze superstiziose e ad approvare le loro pratiche peccaminose, talora mostruose!

Non possiamo permettere che i nostri fratelli della regione amazzonica debbano per forza rimanere segregati in un’apartheid culturale e confinati in uno zoo umano, come oggetto di studio da parte di antropologi oppure come attrazione turistica di borghesi affamati di emozioni e nostalgici del buon selvaggio di Rousseau!

Non possiamo permettere che il genero umano, creato a immagine e somiglianza di Dio, redento dal Preziosissimo Sangue del nostro Divino Redentore e, quindi, re della Creazione, sia ridotto alla condizione umiliante di mero anello della catena ecologica; ingiustamente accusato di essere un predatore della natura e promotore irresponsabile di una fantomatica apocalisse ambientale!

Non possiamo permettere tutto questo, non perché vada contro le nostre idee e preferenze personali, ma perché rappresenta un assalto alla verità rivelata, affidata in deposito agli Apostoli e ai loro successori, ma anche a noi che abbiamo la infallibilitas in credendo.

E così come molti missionari versarono il loro sangue per portare la luce del Vangelo agli indigeni, anche noi dobbiamo essere disposti a fare altrettanto se ciò fosse necessario per preservare nella sua purezza verginale il volto divino di nostra madre, la Chiesa cattolica, apostolica, romana, “tutta gloriosa, senza macchia né ruga, ma santa e immacolata” (Ef 5:27).

Se, per un misterioso disegno della Provvidenza, vi sarà un’eclissi dell’insegnamento ufficiale della Chiesa e un’accettazione chiara o ambigua delle eresie della Teologia India, le nostre voci continueranno a proclamare le verità della fede, come le migliaia di stelle la cui luminosità aumenta quando il cielo si oscura durante l’eclissi solare.

Inoltre, rinvigoriti dalla profetica dichiarazione di resistenza di Plinio Corrêa de Oliveira le nostre anime continueranno a resistere all’applicazione concreta delle sciagurate misure che possano risultare da questo Sinodo.

È la grazia che desidero per tutti noi e che chiedo all’unico vero Dio dell’unica vera Chiesa, per intercessione della Madonna del Rosario, vincitrice di tutte le eresie.

Grazie per la vostra attenzione.

Osservatorio - Sinodo sull'Amazzonia

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