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La gestazione del Sinodo Panamazzonico viene da lontano: un brasiliano vide, previde e allertò

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Plinio Correa de Oliveira

Il Sinodo Panamazzonico è in agenda.

Nel frattempo, pochi sanno che la sua  gestazione viene da lontano. Durante la vacanza della Sede di Pietro nel 1978 (morte di Giovanni Paolo I) e a pochi giorni dal Conclave che avrebbe eletto Giovanni Paolo II, il Prof. Plinio Corrêa de Oliveira – tramite un articolo sulla Folha de São Paulo – indirizzò una Lettera al Papa Ignoto.

E, ancora un volta, il brasiliano vide lontano, previde e lanciò un grido di allarme. E non venne ascoltato.

Qual è il tema della Lettera del 1978? All’epoca con sorpresa di tutti, erano le rivendicazioni di 52 missionari di diocesi e prelature (dell’Amazzonia), che anticipavano la neo-missiologia progressista e la rivendicazione della sovranità dei popoli indigeni che sta rinascendo con il Sinodo Panamazzonico. Dice la lettera:

(…) “Santo Padre, allontani il pericolo che sta minacciando l’unità del Brasile.

“Nella seconda quindicina di gennaio di quest’anno (1978), 52 missionari di quattordici Prelature e Diocesi, riuniti a Manaus, hanno pubblicato una ampia Dichiarazione sulla ‘situazione di calamità in cui si trovano numerosi popoli indigeni della regione, spogliati delle loro terre e delle loro culture, soprattutto dall’avidità di potenti latifondisti’. La citazione tra virgolette è dell’Osservatore Romano (19 febbraio, edizione settimanale in portoghese).

L’organo ufficioso del Vaticano prosegue:

‘Il Comunicato Mensile della CNBB, nel suo numero di gennaio, sta pubblicando la versione integrale dell’importante Dichiarazione, così come delle Conclusioni del Corso (realizzato da quei missionari sui problemi indigeni), delle quali mettiamo in evidenza qui il titolo ‘Autodeterminazione’:  i gruppi indigeni hanno il diritto all’autodeterminazione già riconosciuto in tante carte internazionali firmate dal Brasile, e i loro membri hanno il diritto di essere riconosciuti come persone responsabili. Riconosciamo che gli indios hanno il loro diritto particolare, anteriore al nostro corpo giuridico. Facciamo nostra la decisione presa dall’indio presente al nostro corso: ‘Lottare per l’autodeterminazione; anche se saremo sottoposti a prigione e massacri, otterremo l’autodeterminazione del popolo indigeno’.

 

Autodeterminazione, autonomia o sovranità?

“Non sono affatto specializzato in temi indigeni e missionari. Pertanto non so se nel lessico specifico della materia la parola ‘autodeterminazione’ ha un significato particolare.

“Nel linguaggio corrente – il mio, quello dei lettori dell’Osservatore, come della Folha de São Paulo – indica il diritto che una nazione ha di decidere sul suo proprio destino. È identico al concetto di sovranità. La parola può anche significare, in modo più stretto, autonomia di un gruppo etnico, regionale o culturale, di fronte al quadro politico in cui è integrato.

“Così si potrebbe parlare di ‘autodeterminazione’ – ovviamente limitata – degli Stati o delle provincie dentro una federazione, o anche dei municipi dentro lo Stato o la provincia.

“La domanda certamente si pone; cosa intendono per ‘autodeterminazione’ i missionari autori della Dichiarazione? Chiedono autonomia per i gruppi indigeni? O arrivano all’estremo di chiederne la sovranità?

“Come abbiamo visto, la Dichiarazione allude al ‘diritto all’autodeterminazione già riconosciuto in tante carte internazionali firmate dal Brasile’. Il riferimento alle ‘carte internazionali’ fa pensare più alla sovranità, poiché è di questa che fondamentalmente trattano tali carte”.

 

Una democrazia indigena inter-tribale. Siamo più vicini a questo che nel 1978

I missionari chiedono che gli indios costituiscano, al margine del sistema rappresentativo brasiliano, un sistema proprio, con ‘assemblee indigene tribali, regionali, nazionali e la loro partecipazione ad incontri internazionali’. Ovvero una sorta di democrazia indigena inter-tribale, dove non sia rappresentato il brasiliano che non è indio.

“Secondo la Dichiarazione, all’interno di ogni tribù indigena il potere deriverà dalla medesima tribù. E non sarà laico (come purtroppo è lo Stato brasiliano), ma religioso-feticista. In effetti, ‘quanto alla ‘autodeterminazione’, la Dichiarazione vuole che venga riconosciuta ‘l’autorità dei capi indigeni, pajés e altri leader religiosi, anziani, nel quadro delle loro concezioni sociali e familiari”.

“Ovvero ogni tribù sarebbe una piccola unità più o meno monarchica o democratica, con aspetti spiccatamente teocratici.

 

I missionari sarebbero pionieri nel rompere…

“Tanto più che, per garantire l’autodeterminazione, la Dichiarazione chiede che ‘ le missioni siano le prime a rompere, nella pratica, con il regime di tutela al quale sono stati assoggettati gli indios’.

“Il fatto più curioso è che i missionari, rompendo il ‘regime di tutela’, chiedono ‘una tutela speciale’. Non del potere esecutivo, rispetto al quale si mostrano rabbiosi ed aggressivi, ma del legislativo, che dovrebbe avere una ‘CPI [Commissione Parlamentare di Inchiesta n.d.t] dell’Indio’ permanente, per ‘controllare’ la Presidenza della Repubblica. Privilegio di cui non gode alcuna classe o settore di brasiliani”.

Nel 2019, noi aggiungiamo: tale ‘tutela speciale’ è  molto diversa dal viaggio pubblicitario e mediatico del cacicco Raoni in Europa e in Vaticano? È molto differente dalle minacce alla sovranità nazionale strombazzate da certi presidenti di sinistra in Europa?

 

Sotto il controllo dell’ONU…

“E arriviamo ancora una volta all’autodeterminazione. Infatti gli indios in Brasile costituirebbero un corpo privilegiato, un corpo per lo meno semi-straniero, la cui situazione sarebbe migliore rispetto a quella di tutti gli altri brasiliani.

“La debolezza del legame con il Brasile si rivela interamente in questa rivendicazione: ‘Gli enti internazionali, come la Commissione dei Diritti Umani dell’ONU, siano regolarmente informate dei crimini commessi contro le popolazioni indigene’. Ciò significa che l’ONU funzionerebbe come una immensa CPI internazionale, per vigilare permanentemente sulla CPI del potere legislativo brasiliano, che a sua volta controllerebbe l’esecutivo”.

 

* * *

 

Il Sinodo Panamazzonico andrà in questa direzione? Perché già da ora il Sinodo non accetta la collaborazione del governo brasiliano? In fondo, siamo la più grande Nazione cattolica del mondo, che offre al Vaticano l’insieme degli sforzi impiegati nella civilizzazione, nell’educazione e nell’evangelizzazione dei nostri indios.

I nostri indigeni hanno un’anima, i nostri indios hanno, insieme a Dio Creatore, la missione di unire le loro fatiche per costruire la grandezza del nostro Brasile. La fratellanza tra bianchi, indios e neri è nata nella liberazione dello stato di Pernambuco dal giogo olandese.

Il Cristo Redentore e la Madonna Aparecida ci aiutino in questa immensa e gloriosa epopea.

  • Nota: ©Riproduzione autorizzata a condizione che venga citata la fonte.
Marcos Machado
Ha studiato ingegneria alla Minas Gerais Federal School (Ouro Preto - Minas Gerais). Sin dalla sua prima giovinezza è stato un volontario nei ranghi della Società Brasiliana per la Difesa della Tradizione, Famiglia e Proprietà (TFP). Per vent’anni ha lavorato a contatto con l'opinione pubblica brasiliana visitando oltre duemila città, divenendo così un conoscitore profondo delle questioni del Brasile. Ha lavorato per dodici anni con la Commissione Plinio Corrêa de Oliveira, che si occupa di catalogare e conservare l’opera omnia di questo grande leader cattolico. Attualmente collabora con la Boa Imprensa News Agency (ABIM) e con l'istituto Plinio Corrêa de Oliveira (IPCO), entrambi con sede a San Paolo, in Brasile.

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