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Meiattini: “La nostra fede non è una cosmovisione, che parte dalla natura, ma comunione col Dio vivo”

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Un altro noto teologo sottolinea l’inaccettabilità di molti brani dell’Instrumentum Laboris dal punto di vista del multisecolare magistero cattolico. Intervista di Sabino Paciolla a dom Giulio Meiattini, professore di teologia al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo

indigeni amazzonia

Paciolla: Dom Giulio lei ha scritto una riflessione molto critica sull’Instrumentum laboris (=IL) preparatorio al sinodo sull’Amazzonia, che si terrà a ottobre prossimo. Cosa l’ha spinta a scriverlo?

Meiattini: Quando ho letto l’IL mi sono trovato davanti a un testo che presenta ampiamente, in modo descrittivo, la situazione della grande regione amazzonica con la sua grande importanza per la salute ambientale del nostro pianeta, le ricchezze culturali delle popolazioni indigene, lo sfruttamento da parte di poteri economici di vario tipo a cui è sottoposta a motivo delle risorse che contiene, i problemi anche drammatici posti dal contatto fra mondo occidentalizzato e antiche tradizioni locali, e via dicendo. Questo aspetto descrittivo è certamente necessario, bisogna pur aver presente la realtà, in vista della missione e della vita della Chiesa in quelle regioni.

Ma ho notato che i numerosi “suggerimenti”, con cui si concludono i vari capitoli dell’IL, e che indicano le piste concrete e il programma di azione che la Chiesa dovrebbe seguire in quelle zone, sono tutti concentrati su obiettivi di carattere sociale, ecologico, etnologico, sanitario, di promozione umana e difesa delle identità culturali di quei popoli, e via dicendo. I suggerimenti parlano poi anche di questioni che toccano l’interno della vita ecclesiale (i ministeri, la donna nella Chiesa, ecc.). Tutto questo, però, riguarda ancora il piano orizzontale dell’attività ecclesiale, e non descrive il fine vero dell’evangelizzazione né la natura del mistero della Chiesa, come per esempio sono richiamati in Lumen gentium (cap. VII) e nel decreto sull’attività missionaria Ad gentes. L’ultimo e primario fine della missione della Chiesa è la salus animarum e l’approdo escatologico al Regno dei cieli e tutto il n. 9 di Ad gentes dice che il fine della missione ecclesiale è di preparare gli uomini all’incontro finale e trasfigurante col Cristo Risorto. Ho cercato dell’IL qualche riferimento chiaro a questi aspetti, ma non sono riuscito a trovarlo. Anche quando si usa l’espressione “Regno di Dio” il contesto non permette di capire la sua dimensione trascendente e metastorica. Ora, tacere su questa prospettiva significa non comprendere più il senso ultimo della Chiesa e dell’essere cristiani, e dunque svuotarli dall’interno.

 

Paciolla: Pensa dunque davvero che l’IL rischi una “diluizione del cristianesimo” o presenti un “cristianesimo biodegradabile”, come ha scritto? E per rimediare come migliorerebbe il testo dell’IL, se lei potesse farlo? 

Meiattini: Per rispondere vorrei lasciar parlare il testo dell’IL portando un esempio, fra tanti possibili. Il termine “salvezza”, che riassume il fine dell’Incarnazione e della missione evangelizzatrice della Chiesa, ricorre in tutto il documento appena cinque volte. Al n. 6 si dice, giustamente, che “la Provvidenza chiama tutti alla salvezza in Cristo”. Ma se poi si cerca di capire in cosa consiste concretamente questa “salvezza”, ne troviamo due definizioni. Al n. 107 si dice che la meta della evangelizzazione “sarà sempre la salvezza e la liberazione integrale di un popolo o gruppo umano determinato, che rafforzerà la sua identità e fiducia nel suo futuro specifico, opponendosi alle forze della morte”. E al n. 143 si legge: “La Chiesa non può non preoccuparsi della salvezza integrale della persona umana, che comporta promuovere la cultura dei popoli indigeni, parlare dei loro bisogni vitali, accompagnare i movimenti e unire le forze per difendere i loro diritti” (n. 143).Come è facile capire, questi elementi non sono in grado di definirsi come salvezza in senso cristiano e non c’è bisogno di Gesù e dell’evangelizzazione per questo. Se la “salvezza integrale” fosse davvero quella definita dall’IL il cristianesimo sarebbe superfluo, perché si resterebbe in una prospettiva solo mondana e immanente. Questo conferma quanto ho già detto nella risposta precedente. La salvezza annunciata dal Nuovo Testamento, invece, è redenzione dal peccato e inserimento nella vita trinitaria attraverso la fede in Gesù e i sacramenti. Una salvezza, soprattutto, che si compie oltre questa vita, nella partecipazione alla risurrezione di Gesù. La tendenza a comprendere il messianismo di Gesù in termini terreni, tipica dei suoi contemporanei, è una tentazione da cui bisogna sempre guardarsi.

 

Paciolla: E i sacramenti, che lei ha appena ricordato, che ruolo hanno nell’IL?

Meiattini: Se ne fanno pochi accenni in rare ricorrenze. L’Eucaristia è citata solo una volta, del battesimo e della confermazione non si tratta. Dunque l’iniziazione cristiana non è presa in considerazione. La confessione non è citata. Sull’Ordine è stato rilevato da altri qualificati autori che vengono avanzate proposte non consonanti con l’insegnamento del Vaticano II. Dunque non è certo un documento che prenda in considerazione la vita liturgico-sacramentale come fonte e culmine della vita della Chiesa, secondo l’approccio conciliare. E neppure viene ricordato che la Chiesa nel suo mistero è sacramento di salvezza per l’umanità. Un esempio particolarmente interessante si trova nel cap. VII, dedicato alla “salute integrale”. Si arriva ad auspicare l’adozione dei rituali indigeni di guarigione (nn. 87 e 89), che non sono solo “medicina tradizionale”, bensì azioni religiose e/o magiche non cristiane praticate da sciamani, ma non si fa nessun cenno all’Unzione degli infermi, un sacramento cristiano che è destinato specificamente ai malati. Quando si legge un testo bisogna fare molta attenzione anche ai silenzi, alle omissioni e anche all’implicito.

 

Paciolla: Esattamente cosa intende? Potrebbe spiegarsi meglio su questo punto?

Meiattini: Porto un esempio. Al n. 120 si dice che l’annuncio del Vangelo “presuppone un ascolto rispettoso che non imponga formulazioni di fede espresse da altri riferimenti culturali che non rispondono al loro contesto vitale”. La frase, così com’è, sembra scontata e invitante, ma in realtà contiene diversi problemi o conseguenze implicite non chiarite. Ricordiamoci che la prima “formulazione della fede”, normativa e non trascendibile, si chiama Bibbia e si dà in una cultura semitica ed ebraico-ellenistica, che non è quella, per esempio, dei popoli latini o germanici, che poi hanno accolto la Bibbia come Parola di Dio, adottandone alcuni aspetti culturali. Una certa concezione della storia (diversa dal tempo mitico-ciclico), il concetto di memoriale, il pane e il vino per l’eucaristia, ecc. sono elementi culturali di un certo territorio (palestinese, mediterrano) ed epoca, che sono ormai entrati a far parte della traditio fidei universale, che ci tiene legati all’evento fondatore della rivelazione. Non si tratta di “imporli”, è l’annuncio biblico che li porta con sé.

Anche tutte le formulazioni vincolanti dei più importanti concili ecumenici sono date in categorie culturali greco-latine. Si pensi per esempio al Credo niceno-costantinopolitano, dove il concetto di “sostanza” è diventato decisivo per la cristologia e la teologia trinitaria successive. L’unità della professione di fede è resa possibile grazie a quelle formulazioni sorte in una matrice culturale ben precisa. Pur in tutta la difficoltà della traduzione linguistica e dell’inculturazione, andrebbe ricordato quello che Giovanni Paolo II scriveva in Fides et ratio: “quando la Chiesa entra in contatto con grandi culture precedentemente non ancora raggiunte, non può lasciarsi alle spalle ciò che ha acquisito dall’inculturazione nel pensiero greco-latino. Rifiutare una simile eredità sarebbe andare contro il disegno provvidenziale di Dio, che conduce la sua Chiesa lungo le strade del tempo e della storia” (n. 72). Come si vede esistono certi passaggi dell’IL che richiedono lettura attenta e chiarimenti opportuni degli impliciti non evidenti a prima vista.

 

Paciolla: Dunque, in sostanza, mi sembra lei intenda dire che nel testo ci sono carenze intorno ad aspetti della fede, che sono o taciuti o non richiamati a sufficienza, così che alla fine non viene restituita un’immagine integra del cristianesimo. 

Meiattini: L’attenzione per gli aspetti sociali, ecologici, inter-culturali, ecc., andava incorniciata in un vero impianto teologico a partire da una solida base e ispirazione scritturistica, in modo che fosse la persona del Cristo a interpretare e giudicare la realtà. L’impostazione di fondo del documento dà invece il primato alla realtà, alla prassi, alla cultura locale, come primario “luogo teologico”, così che la Parola di Dio diventa inerte e non esprime la sua effettiva sovranità e il suo giudizio di verità sulla vita e sul mondo.

Nelle prime due parti si parla quasi di continuo di ascolto del territorio amazzonico e delle sue tradizioni e ferite, ma cosa ne è dell’ascolto della Scrittura, di cui ricorrono appena tredici citazioni in 147 paragrafi, con pochi altri rimandi accennati fra parentesi? Di queste tredici citazioni circa la metà figurano come “titolo” di capitoli o paragrafi”, dunque non rappresentano una “fonte”, quanto uno “spunto”, spesso estrapolato dal contesto. Se si fosse partiti decisamente dall’impostazione scritturistica, secondo lo spirito della Dei verbum, dalla grande Tradizione e dalla fede in Gesù “Figlio di Dio” e rivelazione del Padre, si sarebbe potuto affermare con chiarezza anche il carattere trascendente proprio della evangelizzazione e della salvezza cristiana, che come ho detto non appare percepibile. Il titolo cristologico “Figlio di Dio” ricorre appena una volta nel testo, senza che abbia alcun effetto sul resto del documento. Anche la fondamentale dimensione trinitaria della fede cristiana, non gioca alcun ruolo nell’impostazione dell’IL. Mentre il Vaticano II sviluppa la teologia della vita e dell’azione missionaria della Chiesa in maniera trinitaria, proprio a partire dalla duplice missione del Figlio di Dio e quella dello Spirito Santo a partire dal Padre (LG, 17; AG, 2-5). Per capire meglio quello che intendo dire, basterebbe considerare l’impostazione dell’enciclica Redemptoris missio di Giovanni Paolo II, dove tutto prende avvio da una visione teologica adeguata e di ampio respiro, fittamente intessuta di una trama di riferimenti biblici, per allargarsi alle diverse situazioni storiche e geografiche.

 

Paciolla: Il risultato di queste premesse qual è?

Meiattini: Se ci si attiene al testo così come si presenta, anche riconoscendo la buona volontà degli estensori, i riferimenti al linguaggio e agli elementi tipici della fede cristiana, “il sale della terra” (Mt 5,13) di cui parla Gesù, sono così scarsi e inseriti in una tale quantità di altri aspetti umani, sociali e culturali, che alla fine questo sale perde il suo sapore e ciò che è cristiano non è più distinguibile da quella semplice armonia con la natura, gli altri e la divinità indicata ripetutamente dal documento come la sapiente “cosmovisione” indigena.

 

Paciolla: In effetti di questa cosmovisione si parla ripetutamente nel documento. Sembra sia una delle parole più influenti del testo.

Meiattini: Basti pensare che al n. 25 dice: “La vita delle comunità amazzoniche non ancora colpite dall’influenza della civiltà occidentale, si riflette nelle credenze e nei riti in merito all’agire degli spiriti, della divinità – chiamata in tantissimi modi – con e nel territorio, con e in relazione alla natura. Questa cosmovisione è raccolta nel mantra di Francesco: “tutto è collegato” (Laudato si’, 16 e passim)”. Si vorrebbe forse affermare che il papa ha recepito questa cosmovisione, con tutto ciò che essa comporta (riti magici, credenze negli spiriti e nelle divinità dai molti nomi)? Inoltre la nostra fede non è una “cosmovisione”,  equiparabile alle cosmovisioni amazzoniche (come invece si legge al n. 27), ma è la libera autorivelazione che Dio fa di sé per mezzo del Figlio nello Spirito Santo. Il centro nella fede biblica è la conoscenza del vero Dio, che rivelandosi e comunicandosi per grazia all’uomo gli rivela anche la sua vera vocazione e gli permette di realizzarla; la nostra fede non è una cosmovisione, che parte dalla natura, ma comunione col Dio vivo che si manifesta per sua iniziativa nella storia umana.

 

Paciolla: Se dunque dovesse esprimere un desiderio per il prossimo sinodo quale sarebbe?

Meiattini: Tra i vari desideri possibili, ne ricordo due.

In primo luogo, chiederei ai padri sinodali di chiarire un passaggio dell’IL, lì dove si dice: “L’apertura non sincera all’altro, così come un atteggiamento corporativo che riserva la salvezza esclusivamente al proprio credo, sono distruttivi di quello stesso credo” (n. 39). La frase, presa così com’è, lascia intendere che oltre al credo cristiano esistono altri “credo” che possono condurre ugualmente alla salvezza. Ora, senza negare che l’azione salvifica di Dio possa estendersi oltre i confini visibili della Chiesa, in modi a lui solo noti, si deve affermare con chiarezza che, secondo l’insegnamento certo del Nuovo Testamento, fuori di Cristo non c’è salvezza.: “In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati” (At 4,12). Questo non mi sembra definibile “corporativismo”. Se Cristo non fosse l’unico Salvatore, perché mai l’evangelizzazione?

Di conseguenza, chiederei anche che si affermasse esplicitamente che compito della Chiesa in Amazzonia, come in tutto il mondo, è convertire i popoli a Cristo, secondo il mandato evangelico, perché nell’IL quando si parla di “conversione” (che è l’obiettivo dell’evangelizzazione), la si riferisce sempre alla “conversione ecologica”, interculturale, sinodale e pastorale della Chiesa, non a quella dei popoli amazzonici al Dio di Gesù Cristo. Ricordiamoci che le “cosmovisioni” di cui si diceva contengono credenze in un pantheon di molte divinità della natura, che non sono compatibili con l’essere cristiani. Perché l’IL non lo dice, quando elogia queste cosmovisioni? Come insegna s. Paolo, “anche se ci sono cosiddetti dèi sia nel cielo sia sulla terra (…), per noi c’è un solo Dio, il Padre dal quale tutto proviene, e c’è un solo Signore, Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo in lui” (1Cor 8,5-6).

Senza sminuire la dovuta attenzione all’inculturazione e il riconoscimento dei semina Verbi, secondo le indicazioni del magistero in proposito, va ricordato con chiarezza che con l’evangelizzazione la Chiesa “toglie dalla schiavitù dell’errore” i non cristiani, come dice Lumen gentium (n.17).

 

Paciolla: Mi sembra che anche Giovanni Paolo II avesse messo in guardia dal rischio di dimenticare che è la conversione il fine dell’evangelizzazione. 

Meiattini: Sì, soprattutto in Redemptoris missio, dove se ne parla diffusamente e dove si può leggere: “L’annunzio della Parola di Dio mira alla conversione cristiana, cioè all’adesione piena e sincera a Cristo e al suo Vangelo mediante la fede”, che “a questa conversione la Chiesa chiama tutti”, mentre al contrario “oggi l’appello alla conversione, che i missionari rivolgono ai non cristiani, è messo in discussione o passato sotto silenzio. Si vede in esso un atto di ‘proselitismo’; si dice che basta aiutare gli uomini ad essere più uomini o più fedeli alla propria religione” (nn. 46-47). Ma l’IL non ha ripreso per nulla questa enciclica fondamentale del magistero post-conciliare sull’attività missionaria ed evangelizzatrice della Chiesa e ne porta tutte le conseguenze, passando “sotto silenzio” il tema della conversione.

 

Paciolla: Le sue obiezioni all’IL, come quelle di molti altri, non potrebbero essere interpretate da alcuni fedeli come una forma di critica alla Chiesa e alla sua autorità? Ha pensato a questa possibilità? 

Meiattini: I miei rilievi all’IL, come è evidente, intendono proprio riaffermare la fedeltà all’insegnamento della Chiesa nel suo complesso e su questioni essenziali, non il contrario. Inoltre, come ha detto il card. Mueller in una sua intervista di qualche settimana fa, questo IL “è solo un documento di lavoro, non è un documento del magistero della Chiesa, e tutti sono liberi di esprimere le proprie opinioni sulla qualità della preparazione di questo documento”. Per questo mi sono permesso di avanzare delle critiche esplicite a questo testo. D’altra parte, persone molto più autorevoli e preparate di me (si veda ad esempio quiqui e qui, ndr), la cui lealtà verso la Chiesa è fuori discussione (fra cui cardinali, vescovi, molti laici), hanno detto cose o identiche o analoghe. Istrumentum laboris significa “strumento di lavoro”, non è un “insegnamento” formale a cui attenersi a priori, ma un testo per avviare la discussione. Questo IL resterà di certo nella storia della preparazione del sinodo, ma non figurerà come atto magisteriale. Anche i padri sinodali, con l’aiuto di teologi ed esperti, potranno avanzare le loro obiezioni e osservazioni per pervenire a formulazioni più adeguate, come succede abitualmente nei sinodi e nei concili.

 

Paciolla: Un’altra domanda, un po’ fuori tema, ma su un aspetto affine. Qualcuno, leggendo qualche suo scritto, ha rimproverato il suo dissenso da papa Francesco. Cosa può dire in proposito? 

Meiattini: Nei confronti del magistero di papa Francesco mi sono limitato a esprimere alcuni interrogativi di carattere teologico, che a mio parere emergono di riflesso da certi punti del suo insegnamento pastorale. Ho tentato di mostrare ciò che a me sembra bisognoso di ulteriore chiarimento e approfondimento e ho cercato di farlo proprio come servizio al Magistero, non in contrapposizione ad esso, tanto meno come “dissenso”. Ho tentato cioè uno scavo in profondità, non una critica all’autorità e al suo insegnamento dottrinale. Ho voluto cioè mantenermi all’interno del margine di discussione previsto e consentito a un teologo cattolico. Chi mi ha letto con attenzione penso possa comprenderlo. Il Magistero si avvale anche del lavoro di ricerca e verifica della teologia per avanzare e migliorare nella comprensione della verità rivelata, nel corso della storia che cambia.

 

Paciolla: Un’ultima domanda sulla questione del celibato ecclesiastico. Una delle proposte che vengono avanzate, a motivo di mancanza di sacerdoti o della difficoltà nel raggiungere le zone più remote dell’Amazzonia, è quella di ordinare indigeni già sposati. Cosa ne pensa? 

Meiattini: La questione del rapporto fra celibato e sacerdozio è stata più volte discussa in tempi recenti e racchiude molti aspetti che qui non è possibile trattare. Ho spesso sentito dire, fin da quando ero giovane, che il celibato dei preti era una semplice “legge ecclesiastica”, non una questione teologica. Anche durante i miei studi di teologia così mi è stato detto. Finché non mi sono imbattuto, molto tempo dopo, nell’importante studio del gesuita F. Cochini, pubblicato nel 1981. Il risultato della ricerca di Cochini, che poggia su una documentazione storica considerevole, è che la condizione celibataria per il sacramento dell’ordine è da considerarsi una “tradizione apostolica”, non una semplice disciplina ecclesiale. La tesi di Cochini, che aveva avuto qualche illustre precedente, ha ricevuto poi diversi consensi e ulteriori conferme e arricchimenti da parte di altri specialisti di valore, nel corso degli anni. Purtroppo di questi studi non si parla e si parte solo da considerazioni di ordine pratico. Si pensi che in tanti secoli di storia delle missioni, quando gli spostamenti erano immensamente più lunghi, difficili e pericolosi di oggi (molti missionari perdevano la vita nei loro viaggi o vivevano in condizioni di estrema precarietà e isolamento), non si è pensato di ovviare al problema dei sacramenti per le comunità più remote ricorrendo alla soluzione più funzionale di ordinare uomini sposati del luogo. Dunque, anche l’esempio di intere generazioni è un dato di cui tener conto, perché esprime una convinzione molto radicata e profonda.

 

Fonte: Il blog di Sabino Paciolla, 08-08-19

  • Nota: posizioni e concetti espressi negli articoli firmati sono di esclusiva responsabilità dei loro autori.
  • ©Riproduzione autorizzata a condizione che venga citata la fonte.
Sabino Paciolla

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