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I “ministeri dal volto amazzonico”: eclissi del sacerdozio cattolico e della gerarchia della Chiesa (IV)

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In una recente intervista con il giornalista Edward Pentin, corrispondente romano del National Catholic Register, il Cardinale Gerhard Müller ha affermato che l’Instrumentum laboris per il prossimo Sinodo speciale sull’Amazzonia “è stato scritto soprattutto da un gruppo di discendenti di tedeschi e non da gente che vive là”. Ne consegue “una prospettiva molto europea”, con una “una proiezione del pensiero teologico europeo sulla regione amazzonica, perché ascoltiamo tutte queste idee già da 30 anni”1.

Questa serie di articoli sui “ministeri laicali” conferma inequivocabilmente le parole dell’ex prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, così come la sua valutazione: “Non tutte le idee [dell’ Instrumentum laboris] sono conformi ad elementi basici della teologia cattolica”2.

Di fatto, davanti alle innovazioni eterodosse promosse dal Cardinale Malula a Kinshasa e da Mons. Samuel Ruiz nel Chiapas, la Santa Sede si oppose all’intento di attribuire a laici funzioni riservate ai chierici e all’introduzione di un nuovo tipo di “diaconato in coppia”. I documenti romani ribadirono la distinzione essenziale tra il sacerdozio ministeriale dei chierici, fondato sul sacramento dell’Ordine e finalizzato al sacrificio eucaristico, e il sacerdozio universale dei fedeli, orientato principalmente a sacralizzare l’ordine temporale e secondariamente a collaborare con il clero nella sua missione evangelizzatrice.

Come abbiamo visto in precedenza, uno di detti documenti fu l’“Istruzione su alcune questioni circa la collaborazione dei fedeli laici al ministero dei sacerdoti”, promulgata da otto dicasteri romani il 15 agosto 1997. Commentando il testo in un articolo per L’Osservatore Romano3, il cardinale Joseph Ratzinger, uno dei suoi firmatari, dichiarò che tale misura era sembrata molto importante per evitare “la svalutazione del ministero ordinato e la caduta in una ‘protestantizzazione’ dei concetti di ministero e della Chiesa stessa”.

I sintomi di tale protestantizzazione, agli occhi del cardinale, erano chiari: “Almeno in alcune parti del mondo occidente si assiste ad una progressiva relativizzazione del ministero sacerdotale, causata da una parte da una perdita del senso del sacramento dell’Ordine sacro, e dall’altra dal crescere di una specie di ministero parallelo, dei cosiddetti ‘assistenti o lavoratori pastorali’, che vengono chiamati con gli stessi titoli propri dei sacerdoti: pastori, Seelsorger  [idem in tedesco], e che esercitano il ruolo di guida della comunità, vestono paramenti liturgici nelle celebrazioni e non si distinguono visibilmente dai sacerdoti”.

Al fondo di tale protestantizzazione si trova, secondo il futuro papa Benedetto XVI, “una confusione dottrinale che di fatto induce a pensare il compito dei laici e dei presbiteri su di un piano di sostanziale parità, generando così di fatto una mentalità ‘funzionalistica’ di ministero, che considera il ministero di ‘pastore’ nell’ottica della funzione, e non della realtà sacramentale ontologica”.

Al di là di tale concezione funzionalista, ciò che giustificherebbe la quasi parità tra laici e chierici è la dottrina – formulata dal Sinodo di Pistoia e condannata come eretica da Pio VI – secondo cui Gesù Cristo non ha trasmesso il suo triplice potere sacerdotale, magisteriale e pastorale direttamente agli Apostoli e ai loro successori, ma all’insieme della Chiesa e, pertanto, è nel seno delle comunità che emergono i carismi e i ministeri di cui queste hanno bisogno ed è da queste che i ministri ricevono il potere per esercitarli.

È da questo falso postulato che, già negli anni Sessanta, sorsero le elucubrazioni di un Hans Küng, di un Leonardo Boff – chiedendo che le celebrazioni eucaristiche venissero presiedute da un membro scelto dalla stessa comunità – o la proposta dei gesuiti Joseph Moingt e Paul de Meester di un sacerdozio light, corollario del Battesimo e limitato nel tempo (ovvero a rotazione) e nello spazio (cioè destinato a servire solo una specifica comunità), parallelo al sacerdozio universale e permanente di chi veniva formato in seminario, che invece avrebbe ricoperto un ruolo di supervisione.

Tale proposta eretica – già il primo Concilio di Nicea stabilì che i tre gradi del sacramento dell’Ordine sono il diaconato, il sacerdozio e l’episcopato, il che non ammette l’aggiunta di un grado intermediario tra di essi – fu di nuovo posta sul tavolo da Mons. Fritz Löbinger, vescovo emerito di origine tedesca che governò per 16 anni la diocesi di Aiwal, in Sudafrica. In due libri pubblicati dalla casa editrice Herder (Equipe di ministri ordinati: una soluzione per l’eucaristia nelle comunità e L’altare vuoto: un libro illustrato per dibattere sulla mancanza di preti), il prelato tedesco affermava che l’attuale modello di sacerdozio è in crisi per la mancanza di vocazioni, e che è necessario riflettere su un’alternativa complementare agli attuali sacerdoti celibi. Si dovrebbero immaginare due forme di presbiteri, i “comunitari” e i “diocesani” (che assomigliano come gocce d’acqua ai prototipi già immaginati da Moingt e de Meester quasi 50 anni fa).

Intervistato dalla rivista Vida Nueva4 sull’origine di queste riflessioni, rispose che vide con i suoi stessi occhi “come molte comunità senza preti residenti fossero ansiose di poter esercitare i ministeri per conto proprio, svolgendo volontariamente questo compito”. E si domandò: “Se le comunità possono esercitare tanti ministeri, non è nostro dovere affidar loro anche il ministero ordinato?”. E poiché allo stesso tempo vide che “i sacerdoti avevano assunto un nuovo ruolo di formatori dei leader locali”, pensò “che è possibile, in modo realista e consensuale, ordinare i leader locali”. In molte parrocchie, riconosceva il vescovo, non è mai stata considerata “la possibilità che essi stessi debbano esercitare i carismi ricevuti”, ma “si pensa che ogni ministero debba essere esercitato solo da un sacerdote a tempo pieno”, inviato dal vescovo. Ma in altre parrocchie “hanno già sviluppato la convinzione: ‘Siamo la Chiesa. I compiti della Chiesa sono i nostri stessi compiti’”.

Riprendendo la falsa idea lanciata dai modernisti all’inizio del XX secolo, secondo cui i ministeri sacri non sono stati istituiti da Gesù Cristo, ma emersero dalle necessità delle prime comunità cristiane, il vescovo Löbinger spiegava che “l’ordinazione dei leader locali volontari è stata la norma nella chiesa per alcuni secoli” ed “era evidente che vi fossero presbiteri che non erano inviati alla comunità, ma che sorgevano dentro la stessa”. E concludeva: “Ciò che un tempo venne accettato, può tornare ad esserlo anche oggi”.

Scendendo nei particolari, il vescovo emerito di Aiwal spiegava che “la forma attuale del sacerdozio continuerà ad essere com’è, può persino riceverne un beneficio se insieme ad essa emerge una seconda forma, in modo tale che le due si necessitino e rafforzino mutualmente”. Riguardo al celibato, segnalava che “questi leader locali generalmente sono persone mature, sposate, ma il nostro obiettivo è che siano persone che provengano dalla comunità” e insisteva che i nuovi “ministeri ordinati” non devono imitare la forma attuale del sacerdozio, in quanto altrimenti tali “presbiteri volontari – con una vita simile a quella del resto dei fedeli riguardo alla famiglia, al lavoro, etc. – risulterebbero sovraccaricati” e perché inoltre “gli attuali sacerdoti si sentirebbero degradati, poiché intenderebbero che i presbiteri volontari svolgerebbero le loro stesse attività, senza molta formazione e senza la rinuncia che implica il celibato”. Per favorire tale distinzione, converrebbe che venissero ordinati simultaneamente vari leader comunitari, che formerebbero un’équipe, assumendo le responsabilità insieme e continuando ad essere come il resto degli abitanti. Vale a dire, ciò che vi è di più simile a un pastore protestante, cosa che il vescovo Löbinger ammetteva, dicendo che è “possibile combinare due cose: una professione secolare e il sacerdozio”, perché “vi sono migliaia di sacerdoti part-time in molte Chiese cristiane”.

Nel volo di ritorno dalla GMG di Panama, a papa Francesco è stato chiesto circa la possibilità di estendere al rito latino la pratica degli orientali di permettere a uomini sposati di diventare sacerdoti. Il Papa ha dichiarato contraddittoriamente che non è d’accordo nel consentire il celibato opzionale ma che “soltanto rimarrebbe qualche possibilità nelle località più remote” dove “c’è necessità pastorale”, in quanto “lì, il pastore deve pensare ai fedeli”.

E ha aggiunto, come se fosse uno dei tanti teologi e non il giudice supremo della fede cattolica: “C’è un libro di padre Lobinger [il Vescovo Fritz Lobinger (…)], è interessante – questa è una cosa in discussione tra i teologi, non c’è decisione mia. (…) Tornando a padre Lobinger, ha detto: ‘La Chiesa fa l’Eucaristia e l’Eucaristia la fa la Chiesa’. Ma dove non c’è Eucaristia, nelle comunità – pensi lei, Carolina [giornalista del Paris Match che aveva fatto la domanda n.d.a.], alle Isole del Pacifico… [in Amazzonia anche n.d.a.] … forse lì… in tanti posti… dice Lobinger: chi fa l’Eucaristia? In quelle comunità i ‘direttori’, diciamo, gli organizzatori di quelle comunità sono diaconi o suore o laici, direttamente. E Lobinger dice: si può ordinare un anziano, sposato – è la sua tesi – si potrebbe ordinare un anziano sposato, ma soltanto che eserciti il munus sanctificandi, cioè che celebri la Messa, che amministri il sacramento della Riconciliazione e dia l’Unzione degli infermi. L’ordinazione sacerdotale dà i tre munera: regendi – governare, il pastore –; docendi – insegnare – e sanctificandi. Questo viene con l’ordinazione. Il vescovo darebbe soltanto le facoltà per il munus sanctificandi: questa è la tesi. Il libro è interessante. Forse questo può aiutare a pensare al problema. Io credo che il problema dev’essere aperto in questo senso, dove c’è problema pastorale, per la mancanza di sacerdoti. Non dico che si debba fare, perché non ho riflettuto, non ho pregato sufficientemente su questo. Ma i teologi devono studiare. Un esempio è il padre Lobinger…”5

Nel primo articolo di questa serie, ci siamo soffermati a mostrare che la missione salvifica di Nostro Signore Gesù Cristo fu solo una, sebbene formata da tre elementi: di sacerdote, profeta e re, così come uno solo fu il suo triplice potere di santificare, insegnare e governare. Missione e potere che Egli lasciò in eredità alla Chiesa – che deve  prolungare la sua missione salvifica sino alla fine dei tempi – trasmettendoli agli Apostoli, affinché essi, a loro volta, li trasmettessero ai loro successori attraverso l’imposizione delle mani nel sacramento dell’Ordine. Considerato quanto detto, tale triplice potestà spirituale per pascere il gregge è pertanto una e indivisibile, in ragione della sua relazione con la missione unica di Cristo, della sua origine in un solo sacramento e dell’unicità del suo fine: la salvezza degli uomini. Da qui ne viene un’impossibilità teologica di fare quanto propone Mons. Löbinger e che Papa Francesco ripete come se fosse un’ipotesi valida da studiare, ovvero che il vescovo conceda a questi “presbiteri volontari” solo il munus sanctificandi.

Potrebbe desumersi che Löbinger e il Papa non pensino ad una “ordinazione light”, ma ad una ordinazione sacerdotale tradizionale, sottoposta però a una limitazione permanente dell’esercizio dei poteri di insegnare e governare il gregge. Anche così però, ciò sarebbe totalmente inaccettabile, poiché una limitazione permanente è concepibile solo in casi specifici e limitati, per il rischio di falsificare la nozione del sacerdozio ministeriale che Cristo ha istituito nella Chiesa. Tanto più che il piano Löbinger prevede solo una minoranza di sacerdoti secondo il modello tradizionale (con facoltà di esercizio dei tre munera) e una grande maggioranza di leader comunitari ordinati per esercitare solo il munus sanctificandi.

Nonostante la netta rottura di detto modello con l’insegnamento tradizionale della Chiesa riguardo al sacramento dell’Ordine e al sacerdozio cattolico, la proposta è stata recepita nell’Instrumentum laboris della prossima Assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi. Nel paragrafo127, il documento invita Padri Sinodali a “riconsiderare l’idea che l’esercizio della giurisdizione (potere di governo) deve essere collegato in tutti gli ambiti (sacramentale, giudiziario, amministrativo) e in modo permanente al Sacramento dell’Ordine”. L’idea di un sacerdozio di seconda classe e transitorio viene rafforzata se si considera che la frase immediatamente precedente dice che le tribù conservano “una ricca tradizione di organizzazione sociale dove l’autorità è a rotazione” e che le culture amazzoniche “possiedono un alto senso di comunità, uguaglianza e solidarietà, per cui il clericalismo non è accettato nelle sue varie forme di manifestarsi”.

Il sospetto che si voglia introdurre nella Chiesa tali presbiteri di seconda classe è confermata da dichiarazioni di altri prelati molto attivi nella promozione del Sinodo sull’Amazzonia.

Mons. Erwin Kläuter, Vescovo-Prelato di Xingú e, secondo la rivista The Tablet, principale redattore dell’Instrumentum laboris6, così ha dichiarato a Vida Nueva: “Presiedere la celebrazione dell’ Eucaristia non deve essere prerogativa di un sacerdote celibe. Due tipi di ministri sacri, celibi e sposati, potrebbero completarsi e arricchirsi reciprocamente, e sarebbero un guadagno immenso per la Chiesa. Molti vescovi pensano – ed io sono uno di questi – alla introduzione di quest’altro tipo di sacerdote a fianco di quello tradizionale. (…) Sono molto più sostenitore della tesi di un vescovo del Sudafrica, mons. Fritz Lobinger, di origine tedesca, vescovo emerito di Aliwal, il quale ha suggerito che le comunità possano proporre un’équipe (team of elders) di persone candidate a essere ordinate per presiedere l’Eucaristia nella loro comunità e solo nella loro comunità, senza che ciò implichi abbandonare la loro vita familiare o professionale”7.

Secondo la rivista Vida Nueva, dopo essersi incontrato con papa Francesco in Vaticano, nell’aprile 2014, Mons. Kräutler ha rivelato che il pontefice si era riferito ad alcune “teorie interessanti”, come la già citata del vescovo Löbinger o “le centinaia di diaconi sposati che esercitano il loro ministero nelle comunità indigene della diocesi messicana di San Cristóbal de Las Casas, nel Chiapas”. “Ciò di cui avrebbero bisogno è solo l’ordinazione sacerdotale per poter anche presiedere la celebrazione eucaristica”, ricordava Kräutler8.

Il suo accompagnatore nella suddetta intervista con il pontefice, il sacerdote tedesco Paulo Suess, membro della squadra che ha organizzato il Sinodo e uno dei redattori del Documento Preparatorio inviato alle comunità, ha appoggiato questa proposta di un sacerdozio differenziato con l’argomentazione eretica del potere ministeriale che emergerebbe dalla comunità: “Possiamo immaginare un gruppo di viri probati che celebra insieme l’Eucaristia. La Chiesa li convoca e li incarica di fare comunitariamente ciò che nessuno di loro può fare da solo. Il vincolo con la comunità e per la comunità, nel seno di una diocesi e una parrocchia, può fare della Chiesa una ‘comunità di comunità’”9.

Tre anni più tardi ha detto: “Nella Chiesa primitiva erano gli anziani a celebrare l’Eucaristia. Riprendere questa antica tradizione, oggi nota con l’espressione viri probati, sarà senza dubbio una proposta del Sinodo. Si tratta del fatto che la Chiesa, che è sacramento di vita, assuma collettivamente questa mancanza e la curi collettivamente: un gruppo di viri probati potrebbe celebrare congiuntamente l’Eucaristia10.

Il Cardinale Claudio Hummes, presidente della Rete Pan-Amazzonica e nominato da papa Francesco Relatore del prossimo Sinodo, alla Civiltà Cattolica ha detto: “Tante volte ci preoccupiamo dell’eventualità di trapiantare i modelli dei sacerdoti europei nei sacerdoti indigeni. Ma qualcuno, a ragione, ha fatto notare che si attribuisce troppa importanza e priorità al profilo del ministro ordinato, anteponendolo alla comunità che deve riceverlo. Dev’essere il contrario: la comunità non è per il suo ministro, ma è il ministro per la sua comunità. Egli dev’essere adeguato ai bisogni della comunità. Questo bisogno della comunità, forse, dovrà spingerci a pensare a ministeri differenziati a partire dal fatto che una certa comunità, in un posto specifico, ha bisogno di una presenza adeguata. Non mettiamoci a difendere una sorta di figura storica a cui un ministro deve attenersi senza possibili variazioni (…). Sì, i ministri sono inviati, ma dobbiamo saper inviare, in modo da rispettare quella concreta comunità che ha necessità proprie e specifiche. Anche i ministeri vanno pensati a partire dalla comunità: dalla sua cultura, dalla sua storia e dalle sue necessità. L’apertura significa questo11.

A sua volta, il sacerdote salesiano indigeno P. Justino Rezende, uno dei membri del consiglio pre-sinodale, ha domandato: “Perché nella Chiesa si dubita di concedere i ministeri a quanti sono maestri nelle comunità? (…) È necessario superare i pregiudizi del colonialismo”12. E in altre dichiarazioni ha aggiunto: “La Chiesa deve concedere i ministeri ai popoli dell’Amazzonia, senza paure né diffidenze”13.

L’offensiva contro il sacerdozio cattolico (e indirettamente contro il carattere gerarchico sacramentale della Chiesa, fondato sull’Ordine sacro) va ben oltre l’invenzione di un presbiterato sminuito. Sotto il pretesto dell’inculturazione, infatti, si cerca inoltre l’ordinazione delle donne e l’attribuzione di un ministero ufficiale ai guaritori.

Nell’Instrumentum laboris si formulano vari suggerimenti, in teoria provenienti dalle comunità, che “recuperano aspetti della Chiesa primitiva quando rispondeva alle sue necessità creando ministeri appropriati”. Tra i “nuovi ministeri per rispondere in maniera efficace ai bisogni dei popoli amazzonici”, compare in primo luogo il “promuovere vocazioni autoctone di uomini e donne in risposta ai bisogni di un’attenzione pastorale sacramentale”, il che darebbe “impulso ad un’autentica evangelizzazione dal punto di vista indigeno, secondo i loro usi e costumi”. In secondo luogo vi sono i viri probati e, subito dopo, l’“identificare il tipo di ministero ufficiale che può essere conferito alle donne, tenendo conto del ruolo centrale che esse svolgono oggi nella Chiesa amazzonica”. Che tale ministero ufficiale sia “ordinato” risulta chiaro per il fatto che tale proposta è separata da quelle elencate nella sezione “ruolo dei laici”, come il “garantire alle donne la loro leadership (…) siano consultate e partecipino ai processi decisionali”14.

Se il Documento di lavoro è ambiguo, Mons. Erwin Kräutler è stato enfatico nel difendere il sacerdozio femminile. Nell’intervista a Vida Nueva già citata, interrogato sui viri probati, ha risposto: “Non mi piace l’espressione viri probati, poiché limita a priori il sacerdozio agli uomini”. In un’intervista a un quotidiano cattolico di Salisburgo, nell’aprile 20016, riguardo al tema del sacerdozio femminile, aveva risposto: “Qui niente è assolutamente impossibile” e così come la dichiarazione sulla libertà religiosa dell’ultimo Concilio sarebbe stata considerata eretica nel Vaticano I, anche in questa materia ci può essere una evoluzione. “Sarebbe un po’ più difficile”, riconosceva, perché Giovanni Paolo II “apparentemente volle chiudere questa porta una volta per tutte” con il documento Ordinatio Sacerdotalis. “Però – aggiungeva – tale Esortazione Apostolica  non è un dogma e non ha nemmeno il peso di un’enciclica”15.

A sua volta, il già citato teologo Paulo Suess, ha affermato che San Paolo “non lasciò mai una comunità senza autorizzare un membro della stessa a celebrare l’Eucaristia” e che “sull’esempio di Gesù, all’epoca generalmente quelli scelti erano uomini perché si trattava di una cultura patriarcale”. Ma “in una cultura matriarcale, senza dubbio avrebbe lasciato donne come ministre dell’Eucaristia”. Che il riferimento sia alla celebrazione e non alla distribuzione dell’Eucaristia è chiaro nella frase immediatamente successiva: “Purtroppo, a causa dell’unità della Chiesa, sarà difficile, in questo momento, discutere del sacerdozio delle donne”, ma “nella prospettiva di una certa gradualità delle soluzioni, ciò che si potrebbe discutere oggi sarebbe il diaconato femminile”. Ad ogni modo, in Amazzonia “in assenza di preti, chi oggi porta avanti il lavoro pastorale sono le donne”16.

Rispettoso della gradualità del processo verso il sacerdozio femminile, il vescovo Neri Tondello, di Juina, e uno dei rappresentanti del Brasile nel Consiglio pre-sinodale, ha detto che “la donna ha bisogno di essere riconosciuta con più forza e di parlare apertamente che può essere diaconessa a partire dal dialogo e dalla discussione”17.

Nel caso in cui vi sia una chiusura anche per il diaconato femminile, la fertile immaginazione dei neo-missionari ha già trovato altre formule. Il documento di lavoro del V Congresso Americano Missionario che si è tenuto in Bolivia nel luglio 2018, ad esempio, propone di “creare un nuovo ministero laicale femminile: il ginacolitato” (sic). Così si afferma nel paragrafo 271: “Davanti alle necessità evangelizzatrici del tempo presente nella nostra Chiesa, si potrebbe pensare a un ministero specifico delle donne, in qualche modo simile al diaconato, ma chiamato in altro modo. La sua identità di ministero esclusivamente femminile includerebbe il carattere di discepole e servitrici [delle donne che seguirono Gesù e] furono le prime evangelizzatrici del Risuscitato (cf. Lc 24, 23). Per questo si potrebbero denominare ‘ginacolite’, dal greco ‘gunè/gunaikoy’ (donna) e ‘akol ouqew’ (seguire). Così si risalterebbe il loro carattere femminile e la fede incrollabile anche di fronte alla morte”.

Nel paragrafo seguente si descrivono le funzioni ed attribuzioni ministeriali del progettato “ginacolitato”, che comprenderebbero: “a. La proclamazione e predicazione del Vangelo nella Chiesa e nel mondo, come i diaconi. b. Il ministero della consolazione davanti al vasto modo del dolore (…) c. La corresponsabilità con il parroco, nell’ambito della comunità parrocchiale, sebbene, come accade con i diaconi, si tratti di una corresponsabilità subordinata a quella del parroco (…) d. E potrebbero celebrare i sacramenti del Battesimo e del Matrimonio, esattamente come gli attuali diaconi18. In pratica, sarebbe un diaconato con un altro nome…

Più gravi ancora sono le proposte di dare alla Chiesa un volto di guaritrice, con il pretesto dell’inculturazione della fede e del riconoscimento dei “carismi” e “ministeri” ancestrali esistenti nelle comunità indigene.

Suor Guaracema Tupinambá, nata in Amazzonia, è la provinciale delle Sorelle di Nostra Signora e, riflettendo sui ministeri, afferma: “Non ha senso togliere i ministeri o reinterpretarli, piuttosto occorre comprendere quali sono i ministeri esistenti tra questi popoli e come possiamo condividere con loro i nostri ministeri e accogliere quelli che esistono in mezzo a loro. Da tale ministero modello che ha la Chiesa [con tale formula un po’ spregiativa la religiosa si riferisce al ministero ordinato: diaconato, sacerdozio, episcopato n.d.a.], credo che sia molto complicato avere una risposta semplice e pensare che troveremo subito alcune vie. Non significa solo ordinare o formare persone (…). Quando vado in una comunità indigena che ha uno sciamano, i suoi ministri di diverse tipologie, mi domando cosa dobbiamo portare ai nostri ministeri, ai ministeri che noi abbiamo appreso dalla Chiesa occidentale. Allora credo che vi è la necessità di un interscambio molto rispettoso”. E, interpellata sulle esperienze missionarie di semplice presenza tra gli indios, senza alcun lavoro di evangelizzazione, la suora risponde: “Queste persone, che possono essere considerate da una parte della Chiesa, tanto laici quanto chierici, come fallite, credo che queste persone sono la grande novità della presenza di Gesù in mezzo a loro (…) Credo che questa è un’altra forma ministeriale, però dovremmo spogliarci di quello che abbiamo, chiusi nei sacramenti. Riflettere su quello che è sacramento, quello che è liturgico. Tutto ciò è messo in discussione (…). Ho conosciuto Monsignor Aldo Mongiano, un vescovo vissuto a Roraima per molti anni ed egli diceva che non battezzò mai un indio19.

In un articolo precedente per questo sito, abbiamo riassunto le proposte del sacerdote verbita Karl Heinz Arenz, che tra il 1990 e il 2003 ha lavorato nella formazione degli agenti pastorali nella diocesi di Óbidos e Santarém, nella regione del Basso Amazzonia, e che oggi è cattedratico di Storia Moderna e Contemporanea presso l’Università Federale di Parà, a Belém. La sua tesi di dottorato, sotto la direzione del P. Paulo Suess, trattò dei rituali di cura delle popolazioni che vivono ai margini del Rio delle Amazzoni e fu pubblicato con il titolo di “Sano e salvo: la ‘pajelanza’ [cura] della popolazione costiera del Basso Amazzonia come sfida per l’evangelizzazione”20.

Per il religioso verbita, “il termine magia non si può usare solo in senso peggiorativo o discriminatorio”21, poiché la magia “si basa sull’uso coerente e organizzato dei movimenti costanti della natura per il bene della comunità”, svolgendo una “funzione sociale” che ha “una profonda connotazione spirituale”: i suoi rituali “trascendono l’ambiente naturale in se stesso, collocandola in un’orizzonte di mistero’”22. Pertanto vi è una convergenza tra lo sciamanesimo e il cristianesimo, giacché “Gesù dispose, gratuitamente, di gesti e segni magici [sic] comuni a quell’epoca, mettendoli al servizio del Regno, impiegando così una ‘magia buona’ [doppio sic], promotrice di vita e fornitrice di significato”23.

Pertanto, dice P. Arenz, la Chiesa dovrebbe“recuperare il nucleo terapeutico del progetto evangelico”24 e riconoscere il ministero degli agenti terapeutici che sono gli sciamani. Solo con uno scrupolo, ovvero che essi devono godere di molta autonomia nel loro ministero: “Come sciamani, non dipendono dalle strutture e convenzioni stabilite per legittimare il loro dono, ma solo dalla ‘compagnia mistica’ dei ‘caruanas’ [gli spiriti che vagano per la selva]. Questo fatto li rende indipendenti davanti a qualsiasi istituzione”25.

L’idea sembra essere stata raccolta nel percorso pre-sinodale. Il Documento Preparatorio, nella sezione sulla “Spiritualità e saggezza” dei popoli amazzonici evidenzia che “i vecchi saggi, chiamati indistintamente – fra l’altro – payés, mestres, wayanga o chamanes, hanno a cuore l’armonia delle persone tra loro e con il cosmo26 (sic). L’Instrumentum laboris è andato oltre, assumendo in modo acritico il discorso sciamanico sui presunti benefici dei rituali di guarigione: “I rituali e le cerimonie indigene sono essenziali per la salute integrale perché integrano i diversi cicli della vita umana e della natura. Creano armonia ed equilibrio tra gli esseri umani e il cosmo [sic]. Proteggono la vita dai mali che possono essere causati sia dagli esseri umani che da altri esseri viventi [chi? I “caruanas”? n.d.a.]. Aiutano a curare le malattie che danneggiano l’ambiente, la vita umana e altri esseri viventi”27. Sempre in riferimento allo sciamanesimo, alludendo velatamente ai pajés il documento afferma: “Prendersi cura della salute degli abitanti implica una conoscenza approfondita delle piante medicinali e di altri elementi tradizionali che fanno parte dei processi di guarigione [gli allucinogeni? n.d.a.]. A tal fine, le popolazioni indigene si affidano a persone che, nel corso della loro vita, si specializzano nell’osservazione della natura, nell’ascolto e nella raccolta di conoscenze dagli anziani, specialmente dalle donne. (…) Per questo motivo le risposte al Documento Preparatorio sottolineano la necessità di preservare e trasmettere i saperi della medicina tradizionale28.

In altri termini, secondo la logica dei promotori del Sinodo, il processo di inculturazione e il riconoscimento dei carismi che lo Spirito già ha distribuito tra le comunità amazzoniche dovrebbe portare a un riconoscimento ecclesiale dei “ministeri terapeutici” dei guaritori. Poiché questi sono leader delle loro comunità, la cosa più appropriata sarebbe allora ordinarli come “presbiteri comunitari” per presiedere le celebrazioni liturgiche, che non dovrebbero restare “chiuse nei sacramenti” occidentali ma continuare i rituali ancestrali, direbbe suor Tupinambá. Il culto alla Pachamama e ad altre divinità pagane rimpiazzerebbe la rinnovazione incruenta del Sacrificio del Calvario… con il pretesto di saziare la fame eucaristica delle popolazioni isolate mediante l’ordinazione di viri probati!

Il termine finale del processo di riconoscimento dei “nuovi ministeri” sarebbe una Chiesa amazzonica che ha rinnegato il cristianesimo e ha assunto il volto di una guaritrice.

Probabilmente non era ciò che avevano in mente i Padri conciliari del Vaticano II, che avallarono il passaggio da una ecclesiologia con l’accento posto sul carattere gerarchico della Chiesa e sulla distinzione tra chierici ordinati e laici, a una ecclesiologia del Popolo di Dio con l’accento posto sull’uguaglianza fondamentale di tutti i battezzati, per uscire dal binomio gerarchia-laicato e privilegiare il binomio carismi-comunità. Né era ciò che avevano in mente quando introdussero, per la prima volta in modo saliente in un documento magisteriale (il decreto Ad Gentes), il vocabolo “ministero” per riferirsi indistintamente alle funzioni sacre del clero e alle attività di collaborazione dei laici in esse.

Non era ciò che aveva in mente Paolo VI quando, attraverso il motu proprio Ministeria Quedam, abolì gli ordini minori e stabilì due nuovi ministeri liturgici – il lettorato e l’accolitato – aperti agli uomini laici. Né quando, nella costituzione apostolica Evangelii Nuntiandi, dedicò una lunga sezione ai “ministeri diversificati” dei laici, tra i quali citava espressamente quello dei “capi di piccole comunità”.

Nemmeno sembra sia stato ciò che avevano in mente i redattori del Codice di Diritto Canonico attualmente in vigore quando legalizzarono il concetto di “ministeri costituiti” e l’idoneità dei laici ad assumerli, così come quando abolironoil possesso di uffici ecclesiastici da parte dei laici.

“Alleva corvi e ti caveranno gli occhi”, dice un proverbio spagnolo. Ovvero crea parole-talismano e, dopo varie evoluzioni semantiche, ti faranno una rivoluzione, diremmo noi.

Per mezzo di Hans Küng e dei “gruppi profetici”, di Leonardo Boff e della ecclesiogenesi delle Comunità Ecclesiali di Base, del Cardinal Malula e dei suoi “bakambi”, di Mons. Samuel Ruiz e del suo “diaconato di coppia”, la rivoluzione semantica dei “ministeri” è arrivata al suo punto finale, che consiste nella diluizione del sacerdozio nella forma del “presbiterato comunitario” sognato da Mons. Fritz Löbinger e applaudito da Papa Francesco. Con la conseguente scomparsa della distinzione gerarchica tra chierici e laici, la successiva equiparazione dell’uomo con la donna e l’accesso di quest’ultima ai ministeri ordinati e, infine, il riconoscimento del “ministero terapeutico” dei guaritori e delle streghe.

Giovanni Paolo II nell’esortazione post-sinodale Christifideles laici, circa l’uso del vocabolo “ministeri” fu profetico quando segnalò che “precisare e purificare il linguaggio diventa urgenza pastorale perché, dietro ad esso, possono annidarsi insidie molto più pericolose di quanto non si pensi. Dal linguaggio corrente alla concettualizzazione il passo è breve”29.

Per la dinamica propria delle rivoluzioni, più breve ancora è il passo finale dalla concettualizzazione alla realizzazione dell’utopia. Per evitare il salto finale verso l’abisso dell’autodemolizione, non sarebbe il caso di riconoscere umilmente che è stata presa una cattiva strada e di tornare all’ecclesiologia tradizionale, accentuando la distinzione essenziale tra il sacerdozio ordinato e il sacerdozio comune dei fedeli e, di passaggio, eliminando con energia il termine “ministeri laicali” dal vocabolario cattolico?

È quanto suggerisce la prudenza, ispirata alla regola ignaziana dell’agere contra.


 

Note

1. http://tiny.cc/m4d5az 

2. Ibid.

3. Osservatore Romano, 11 marzo 1998, http://tiny.cc/o6d5az

4. http://tiny.cc/27d5az

5. http://tiny.cc/x9d5az 

6. http://tiny.cc/wbe5az 

7. http://tiny.cc/jde5az

8. http://tiny.cc/dee5az 

9. Ibid.

10. http://tiny.cc/xge5az

11. http://tiny.cc/pje5az

12. http://tiny.cc/rme5az

13. http://tiny.cc/0oe5az

14. N° 129.

15. Maike Hickson, “Bishop Emeritus Erwin Kraeutler Undermines Celibacy”, The Wanderer, 22-4-2016, http://tiny.cc/4se5az

16. Blog di formazione della gioventù francescana del Brasile, http://tiny.cc/lve5az

17. http://tiny.cc/ixe5az

18. http://tiny.cc/nye5az

19. http://tiny.cc/d0e5az

20. Disponibile per download in portoghese all’indirizzo http://tiny.cc/x1e5az 

21. p. 210

22. p. 135

23. p. 211

24. p. 19

25. p. 260

26. N° 6

27. N° 87

28. N° 88

29. http://tiny.cc/75e5az

José Antonio Ureta
Nato in Cile, è membro fondatore della "Fundación Roma", una delle più influenti organizzazioni cilene pro-vita e pro-famiglia. Ha lavorato sin da giovanissimo nelle file della TFP (Tradizione, Famiglia e Proprietà) del suo paese e in seguito si è dedicato a diffonderne gli ideali e a formare gruppi TFP in tutto il mondo. Oggi è ricercatore e membro della Società Francese per la difesa della Tradizione, Famiglia e Proprietà. Studioso e docente, è conosciuto a livello internazionale nel mondo cattolico conservatore. Collaboratore della rivista Catolicismo e dell'Istituto Plinio Corrêa de Oliveira di San Paolo, Brasile, è autore del libro Il "cambio di paradigma" di Papa Francesco: continuità o rottura nella missione della Chiesa? Bilancio quinquennale del suo pontificato.

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