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Evviva l’improduttività dei “popoli originali”!

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mapuches

Chi ha già una certa età e ricorda la propaganda in favore della Riforma Agraria in diversi paesi dell’America Latina negli ‘60 e successivi, ricorda pure gli argomenti che venivano spesi da marxisti e cattolici di sinistra, nell’ambiente clericale e civile.

Il ritornello che si usava allora per trascinare i Paesi in quel dissennato progetto era sempre lo stesso: i latifondisti non sfruttano bene la vasta terra che possiedono e che hanno ricevuto dai loro antenati. La narrativa continuava asserendo che una parte del Paese faceva la fame per via di quella situazione e che la soluzione era semplice e drastica: espropriare, o persino confiscare, perché altri rendessero più intensivamente e competentemente produttive quelle terre.

Non è qui il caso di fare il bilancio delle conseguenze economiche e sociali disastrose di tali esperimenti. Vogliamo solo ricordarli per far notare quanto si sono metamorfizzate le motivazioni della sinistra, anche di quella cattolica. La sinistra infatti non ha scrupoli nel sostenere un discorso e il suo opposto, pur di portare avanti i suoi progetti rivoluzionari.

Nel mio Cile, ad esempio, ogni settimana si palesano più chiaramente le ragioni che muovono i sinistrorsi di oggi, che non sono altro che i discendenti ideologici diretti di quanti predicavano la Riforma Agraria negli anni ‘60, cioè di quelli che, col pretesto di produrre più e meglio, distrussero l’impresa agricola.

Scopriamo che le loro ragioni oggi sono opposte per diametrum a quelle dei loro antenati ideologici, i grandi espropriatori degli anni Sessanta. Per i loro nipotini, la terra non deve essere più lavorata in modo troppo produttivo e perciò deve rimanere in mano ai popoli originari, nel nostro caso gli indios mapuches, che ne fanno un uso a basso rendimento. E, sempre secondo la vulgata imperante, più grandi saranno i latifondi loro garantiti, meglio sarà per la nazione e per l’umanità.

Recentemente sono stati resi noti i risultati della Legge Lafkenche (parola mapuche), promulgata nel 2008, che ha creato gli Spazi Costieri Marini dei Popoli Originari (ECMPO). A oltre dieci anni dalla sua approvazione, quanti per diversi motivi devono operare in quell’area continuano a manifestare le loro preoccupazioni: infatti, solo i popoli originari possono chiedere allo Stato il riconoscimento di detti spazi per un uso legato alle loro consuetudini ancestrali, includenti manifestazioni religiose, ricreative e medicinali, e anche attività di pesca. Detta legge ha abrogato tutte le concessioni previamente date ad altre persone o enti.

Insomma, il Parlamento favorisce l’esistenza di enormi latifondi improduttivi, purché siano in mano ai nuovi “privilegiati”, ovvero i discendenti dei mapuches, o di quanti si autodefiniscono tali.

Questa mentalità viene ampiamente condivisa dal cosiddetto “progressismo cattolico”. Molti ricordano che sono stati i suoi esponenti, con in testa il cardinale Silva Henríquez, arcivescovo di Santiago, ad organizzare, promuovere e “canonizzare” la Riforma Agraria, adducendo la stessa motivazione dei democristiani e della sinistra in genere: era ingiusto che pochi avessero molta terra e tanti ne fossero privi. Peggio ancora era poi se quei pochi non la sfruttavano a dovere e in favore di tutti. Ora il discorso si capovolge: diventa giusto lasciare la terra in mano a pochi, mentre è buono che la stessa terra sia sfruttata poco, per il bene delle generazioni future.

Veniamo ora alla questione dell’Amazzonia, zona ben più vasta della nostra Araucania mapuche. La sinistra laica ed ecclesiastica di oggi, in sintonia con la nuova musica, propone le tribù indigene amazzoniche come ideale di organizzazione sociale ed economica. A causa di questa corrente ideologica, lo Stato del Brasile è giunto a riconoscere a circa 450.000 persone aborigene il possesso di una sterminata quantità di terre, equivalente a circa il 12.5% della superficie brasiliana e al 26.4% del bacino amazzonico. Dividendo gli ettari di terra per abitante, ci rendiamo conto che siamo di fronte ai più grandi latifondisti esistenti.

I beneficiari di questi privilegi, concessi dai precedenti governi di sinistra brasiliani, sono stati limitati da una sola condizione: non sfruttare la terra né commerciarne i prodotti, in modo da vivere solo di caccia e di pesca, come i loro antenati. In questo modo si sono creati latifondi improduttivi per una economia di sussistenza basilare.

Nell’Intrumentum laboris per il Sinodo sull’Amazzonia, la corrente progressista e sinistrorsa della Chiesa, oggi tanto potente, è riuscita a cantare le lodi della miseria in cui versano questi poveri indigeni amazzonici e a condannare quelli che, operando in quei territori con tecniche moderne, potrebbero elevare il livello di vita di tutti gli abitanti della regione.

Ma per concludere, torniamo in Cile. Qui a dicembre si terrà la prossima COP25 (summit internazionale per rispondere ai cambiamenti climatici). Per l’occasione, si sono già dati appuntamento i gruppi “alternativi”, ecumenici, catto-comunisti, ecologisti, indigenisti e minoranze varie, che nello stesso periodo lanceranno un appello per esigere la cura della “Pachamama” (Madre Terra) e condannare le azioni produttive e lucrative che la starebbero distruggendo. Lo scopo è sempre quello, utopico, della “decrescita felice”, del “povero è bello”.

Tutta questa mobilitazione ideologica della sinistra è solo la parte visibile del grande iceberg che si affaccia surrettiziamente fra le brume e la confusione, e che potrebbe affondare il “Titanic” su cui viaggia spensierato l’uomo odierno, figlio del progresso tecnico e degli agi moderni.  

E l’affondamento potrebbe avvenire non con i calici di champagne in mano e ascoltando i valzer suonati dall’orchestra di bordo, ma al grido di “Viva la improduttività dei popoli aborigeni!”.

Juan Antonio Montes
nato a Santiago del Cile, è Presidente della Fundación Roma e Direttore di Acción Familia. Fin da giovane si è dedicato alla difesa della Civiltà Cristiana nelle file del movimento Fiducia-TFP (Tradizione, Famiglia e Proprietà). Successivamente si è specializzato nello studio del pensiero e dell'azione del professore brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira e per diversi anni è stato uno dei direttori della TFP del suo paese. È autore di diversi libri, incluso Desde la Teología de la Liberación a la Teología ecofeminista (Dalla Teologia della Liberazione alla Teologia ecofemminista ). Gestisce il sito di notizie Credo-Chile e fa commenti radiofonici trasmessi settimanalmente dalle stazioni di tutto il paese.

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