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Dal mondialismo tecnocratico a quello ecologista?

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Recenti ammissioni del cardinale Claudio Hummes, relatore generale del prossimo Sinodo Panamazzonico

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Un programma per l’imminente Sinodo amazzonico

Il cardinale brasiliano Claudio Hummes è presidente della Rete Ecclesiale Panamazzonica e sarà relatore generale nell’imminente Sinodo dei vescovi per l’Amazzonia. Per preparare i fedeli a questo evento, egli ha pubblicato un volumetto programmatico intitolato O Sinodo para a Amazònia (Paulus Editora, São Paulo do Brasil 2019), recentemente stampato anche in traduzione italiana (Il Sinodo per l’Amazzonia, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 2019).

Il cardinale si limita a riassumere e commentare i testi di papa Francesco e delle ultime Conferenza Episcopali latino-americane sul problema ecologico, senza fare riferimento al discusso Instrumentum Laboris per il citato Sinodo. Tuttavia, questo volumetto non manca di suscitare interesse, perché manifesta la vera impostazione e portata del prossimo convegno.

 

Recessione antimoderna o salto ultramoderno?

Se teniamo presente la pastorale sociale avviata da alcuni documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II – accentuata da pronunciamenti papali come l’encicliche Pacem in terris di Giovanni XXIII e Populorum progressio di Paolo VI – il libretto del cardinale Hummes ci conferma che quella impostazione progressista si sta rovesciando in una impostazione regressista.

Sia il Concilio che il primo post-Concilio esaltavano l’uomo scopritore delle leggi della storia e della natura, manipolatore delle forze materiali, padrone del tempo e conquistatore dello spazio, impegnato nel realizzare quella umanizzazione della natura che assicura la pace e il progresso dei popoli. La nuova pastorale invece rimpiange il primordiale inserimento dell’uomo nella natura, denuncia i danni provocati dalle conquiste scientifiche, tecniche e industriali, auspica il ritorno dell’umanità alla vita umile, semplice e povera, al fine di rendere non più umana la natura ma, all’inverso, più naturale l’uomo.

In apparenza, il cardinale Hummes imposta il suo discorso in una prospettiva antimoderna. Egli infatti critica il soggettivismo e il volontarismo della filosofia razionalista, la rende responsabile del relativismo che livella differenze, verità e valori, l’accusa di aver diffuso un’avida e prepotente mentalità di conquista, la denuncia per aver favorito il sistema borghese e tecnocratico, con il conseguente “sfruttamento colonialista” delle popolazioni arretrate e delle terre incolte (cap. XIX del citato libretto).

In realtà, la prospettiva del cardinale non è antimoderna ma semmai postmoderna o meglio ultramoderna, simile a quella che opponeva Müntzer a Lutero, Rousseau a Voltaire, Schopenhauer a Kant, Marx a Hegel. Questi autori ultramoderni si lamentavano che, nella loro epoca, il processo rivoluzionario (nel senso di multisecolare processo di scristianizzazione, dato al termine dal saggio Rivoluzione e Contro-Rivoluzione di Plinio Correa de Oliveira, Luci sull’Est, 1998), si fosse rallentato e che le forze sovversive non osassero provocare le più estreme conseguenze. Essi auspicavano che, nella Rivoluzione, l’azione guidata dalla sua “mano sinistra” (distruttrice) prevalesse su quella guidata dalla sua “mano destra” (costruttrice). 

Ad esempio, nel 1792, il marchese di Sade rivolse ai francesi un appello a «fare un ultimo sforzo, se volete diventare davvero repubblicani» (cioè rivoluzionari), legalizzando e anzi premiando il crimine e la perversione.  Parallelamente, oggi il cardinale Hummes rivolge ai cattolici un appello a fare un ultimo sforzo per diventare coerentemente rivoluzionari, impegnandosi nella santa causa dell’ecologismo militante e favorendo la «conversione ecologista della Chiesa» (cap. XII).

Se, negli ultimi secoli, le forze rivoluzionarie erano impegnate nell’inserire la natura nella società umana, al fine di liberare l’umanità dalle necessità naturali, oggi invece – al rovescio – quelle forze pretendono d’inserire la società umana nell’ambiente naturale, al fine di liberare il cosmo dal dominio umano. Dall’antropocentrismo stiamo passando al cosmocentrismo. Questo non è un passo indietro nel processo rivoluzionario, ma è un passo avanti, anzi è un “salto di qualità”.

 

L’espediente della “emergenza ambientale”

Il cardinale Hummes tenta di giustificare questo programma ricorrendo a due tipici espedienti della propaganda sovversiva, tra loro strettamente collegati, che applica alla questione della crisi ecologica.

Il primo espediente consiste nel lanciare l’allarme su un (presunto) gravissimo pericolo incombente, che solleverebbe un problema di grande urgenza. Nel nostro caso, tale pericolo consisterebbe nella “emergenza ambientale”, le cui catastrofiche conseguenze sono previste usando toni apocalittici: quegli stessi toni – si noti – che vengono derisi da una parte consistente della gerarchia ecclesiastica, quando i cristiani li usano nel denunciare i veri e gravi pericoli del relativismo, del permissivismo e del laicismo.

Il secondo espediente consiste nell’accusare una categoria o classe sociale come responsabile di un complotto che provoca il pericolo denunciato, al fine di suscitare l’indignazione popolare e reclamare drastiche misure contro di essa. Nel nostro caso, la classe accusata è quella degli scienziati tecnici, produttori e commercianti, colpevoli di spingere la società nel pantano di un “consumismo” che presto esaurirà le risorse terrene, suscitando crisi ambientali e impoverimento dei popoli arretrati.

Questi espedienti propagandistici sono ben noti a chi ha studiato e denunciato le tecniche usate dalla Rivoluzione per sedurre l’opinione pubblica e influenzare i governi (si veda ad esempio Roger Mucchelli, La subversion, Club du Livre Civique, Paris 1976, pp. 78-83).

Infatti, le forze sovversive sogliono lanciare allarmi catastrofistici su un problema falsato o esagerato, denunciando uno “stato di emergenza” che esigerebbe d’imporre rapidamente drastiche soluzioni, ad esempio leggi eccezionali che sospendono le libertà costituzionali. Ciò permette di suscitare un sentimento manicheo d’indignazione e di rivolta contro una categoria ideologica o una classe dirigente, accusata di essere responsabile del problema, al fine d’isolarla o punirla o abbatterla per prenderne il posto.

Dal XVIII secolo ad oggi, gli esempi storici non mancano. Basti qui ricordare la propaganda rivoluzionaria – fatta di volta in volta da giacobini, socialisti, comunisti, nazisti, radicali, democristiani – su pericoli come “l’aristocrazia assetata di vendetta”, “la borghesia affamatrice di popoli”, “l’imperialismo plutocratico”, “la reazione in agguato”, “il fascismo risorgente”, “la classe militare golpista”, etc. Spesso, tutti questi allarmismi miravano a imporre alla società “stati di emergenza” che permettessero alle forze sovversive di conquistare o riconquistare o mantenere il potere, reprimendo il malcontento popolare suscitato dalla loro politica vessatoria e liberticida.

In questo modo, la Rivoluzione riesce a imporre al popolo “salti di qualità” nel processo rivoluzionario, abbattendo ostacoli che impediscono alle forze sovversive di conquistare il potere o di mantenerlo o di ricuperarlo.

La storia ha più volte dimostrato che, alla fine, quelle drastiche misure di emergenza, applicate in fretta e senza criterio, non solo non risolvono alcun problema reale, ma anzi danneggiano il bene comune di un intero popolo, talvolta fino a provocare disastri irreparabili.

 

La soluzione del ritorno alla società tribale

Il cardinale Hummes prevede che il Sinodo sull’Amazzonia proporrà una drastica soluzione di emergenza al problema ecologico. Al fine di ridurre al minimo lo sfruttamento delle risorse naturali (idriche, minerali, vegetali, animali, etc.) date per esaurite, sarebbe necessario ridurre al minimo la coltivazione, l’allevamento, la produzione e il commercio di molti beni naturali.

Il cardinale ammette che ciò obbligherà la società a ridurre al minimo anche i consumi di quei beni, il che provocherà drastici ridimensionamenti nel tenore di vita e nelle abitudini quotidiane dei popoli, riguardanti non solo le comodità ma anche l’alimentazione, la sanità e la mobilità. L’attuale declinante società dell’abbondanza, della comodità e della sicurezza dovrà cedere alla futura società della penuria, del disagio e della insicurezza. Piuttosto che vivere comodamente in una società progredita ma in conflitto con la natura, è meglio vivere stentatamente in una società regressiva ma armonicamente inserita nell’ambiente naturale.

Pertanto, Hummes ritiene necessaria una “conversione ecologica” non solo dell’economia e della politica, ma anche della mentalità e della sensibilità della società e perfino della Chiesa. Questa nuova versione della “teologia della liberazione” prospetta una “rivoluzione pastorale” che si propone come “liberazione ecologica”.

È davvero paradossale che la gerarchia ecclesiastica, da una parte, sia impegnata a negare non solo la superiorità e i diritti ma perfino l’identità stessa della civiltà occidentale e cristiana, mentre dall’altra sia impegnata nel difendere l’identità «culturale, ambientale e sociale» (cap. XII) di popoli opposte alla civiltà classico-cristiana. Ciò si spiega solo se ammettiamo che questa doppia manovra mira a sostituire il rifiutato modello politico della Cristianità con l’idolatrato modello sociale della tribù.

 

Il mito del popolo indigeno eletto e redentore

Qui s’inserisce il discorso che propone il modello tribale di società come vissuto dalle comunità indigene sudamericane, specialmente quelle che hanno rifiutato d’inserirsi nella vita urbana e si ostinano a vivere nelle selve dell’Amazzonia.

Secondo il cardinale, le comunità indigene sarebbero non solo una specie rara a rischio di estinzione, che dev’essere difesa dalla persecuzione attuata dal “neocolonialismo”, ma anche una sorta di popolo sacro (o di razza eletta) che avrebbe il merito di rendere testimonianza a verità, virtù e beni ormai dimenticati. Infatti, vivendo immerse e integrate nella natura, le tribù amazzoniche conserverebbero i segreti di un’antica “sapienza tradizionale” che costringerebbe i popoli progrediti a provare nostalgia per una “civiltà” cosmocentrica alternativa a quella antropocentrica e per una “religiosità” pagana alternativa alle religioni istituzionali ormai asservite al mondialismo tecnocratico.

Secondo il cardinale, il popolo indigeno è una sorta di popolo sacro o eletto, ossia messianico, che può svolgere un ruolo storico rivoluzionario. La salvezza delle tribù amazzoniche e della loro paradossale “civiltà incivile” costituirebbe un fattore decisivo per salvare il mondo intero e perfino per compiere la missione della Chiesa cattolica. Dato che il popolo indigeno si situa geopoliticamente al livello più basso delle civiltà progredite, se esso viene liberato dalla oppressione “neocolonialista”, contribuirà in modo decisivo a liberare tutti gli altri popoli emarginati, oppressi e perseguitati dal potere tecnocratico mondiale.

Inoltre, poiché il popolo indigeno è inseparabile dalla natura selvatica in cui vive, se l’impegno rivoluzionario riesce a liberarlo, l’intera natura finirà liberata con lui e mediante lui, compiendo così, la liberazione dell’intero cosmo da ogni forma di oppressione. Così pretende questa nuova edizione della “teologia della liberazione”.

Bisogna notare la somiglianza di questo schema liberatorio con quello più volte applicato in passato dalle forze rivoluzionarie. Basti pensare alla vecchia tesi giacobina, secondo la quale, liberando le classi produttive dalla oppressione di quella aristocratica, si sarebbe liberata l’intera società civile; oppure la più recente tesi comunista, secondo la quale, liberando la classe proletaria dalla oppressione di quella capitalistica, si sarebbe liberato l’intero popolo.

Si può perfino notare una strana somiglianza tra la tesi indigenista di Hummes e quella razzista dei nazisti. Infatti, secondo il nazismo più radicale, la “pura razza ariana” – emarginata e oppressa dall’ “imperialismo plutocratico ebraico e borghese” – avrebbe meritoriamente conservato un’antica e occulta sapienza magica che le affiderebbe la missione storica di “liberare le forze telluriche”, al fine d’imporre un modello sociale neopagano basato sul “ritorno alla natura”. In questo modo, liberandosi dall’asservimento borghese, il “popolo eletto ariano” potrebbe per ciò stesso contribuire a liberare tutti i popoli e a fermare il degrado della civiltà moderna, facendo cessare lo sfruttamento delle risorse naturali e salvando la vita degli animali, ad esempio mediante la dieta vegetariana di Hitler che lui aveva in programma di imporre prima o poi a tutto il Reich.

 

La conversione al tribalismo e al panteismo

In apparenza, la prospettiva del prossimo Sinodo sembra essere geograficamente limitata all’Amazzonia, al suo popolo, agli indigeni veri e propri (appena 3 milioni!) e alle diocesi della regione. In realtà, il Sinodo sta progettando una rivoluzione che coinvolgerà l’intera umanità e l’intera Chiesa cattolica.

Il cardinale Hummes infatti esprime questo augurio: «Voglia il Cielo che una tale conversione missionaria e pastorale sia realizzata dalla Chiesa nel mondo intero. In tale prospettiva, i processi che il Sinodo per l’Amazzonia sta mettendo in moto aiuteranno la Chiesa tutta intera a mettersi in marcia e a tuffarsi nella realtà di ciascun popolo e del Pianeta» (cap. XII).

Secondo Hummes, «la grave crisi sociale e ambientale che oggi colpisce l’umanità esige quindi una conversione ecologica delle società umane e delle singole persone che vivono in esse, (…) Prima di tutto, è l’umanità che ha bisogno di cambiare. (…) Questa consapevolezza di base permetterebbe lo sviluppo di nuove condizioni, nuovi atteggiamenti e stili di vita. Emerge così una grande sfida culturale, spirituale ed educativa che implicherà lunghi processi di rigenerazione» (cap. IX). «Si tratta quindi di promuovere un processo che implica grandi cambiamenti, anche di natura strutturale» (cap. IV).

Il libretto del cardinale Hummes accenna a un modello di società india, meticcia, magica e tribale, la cui cultura, simbolismo, morale, spiritualità e ritualità verranno proposti alla società internazionale e alle Chiese cristiane come esempio per creare un “localismo ecologico” alternativo al “mondialismo tecnocratico” sfruttatore e oppressore dei popoli e della natura. La Chiesa stessa dovrà “incarnarsi” nei popoli indigeni dell’intera Terra e assimilare «la loro visione del mondo, la quale fa della globalità di Dio, uomo e cosmo una unità che impregna tutte le relazioni umane, spirituali e trascendenti» (cap. VII). E così, rinnegando il suo “integrismo teologico” e rimediando al suo “colonialismo politico”, la Chiesa futura si farà inspirare da una cultura panteistica e plasmare da una società tribale (cfr. Plinio Correa de Oliveira, Tribalismo Indígena- Ideal comuno-missionário para o Brasil no século XXI, Editora Vera Cruz, 1977).

A quanto pare, il Terzo Testamento auspicato dai guru ecologisti, la Terza Era della storia, il Terzo Reich del Millennio, susciteranno una comunità tribale globale che non sarà rivolta al Cielo ma marcerà verso una nuova Terra Promessa, come auspicavano prima le antiche sette millenaristiche, poi il socialismo e il nazismo. Al mondialismo tecnocratico, il Sinodo sembra voler opporre la falsa alternativa del mondialismo ecologista.

Per contro, il cristiano fedele deve obiettare che, per ricuperare la perduta armonia tra l’uomo e la natura fisica, bisogna prima ricuperare il retto ordine spirituale, politico e sociale dell’umanità, ossia la civiltà cristiana. La vera soluzione sta non nell’affogare l’umanità nel cosmo e nel dissolvere la società nelle tribù, bensì nel ricuperare quei concreti fattori tradizionali di civiltà con cui, per millenni, l’uomo ha risanato e spiritualizzato la natura sottomettendola e umanizzandola: ad esempio l’agricoltura, il giardinaggio, l’allevamento, l’artigianato, l’industria, nel quadro di una società famigliare, rurale e cittadina (cfr. J. Vidal, Ecologie et religion, in: Dictionnaire des religions, ed. card. P. Poupard, Presses Universitaires de France, Paris 1984, vol. II, pp- 672-674).

  • Nota: posizioni e concetti espressi negli articoli firmati sono di esclusiva responsabilità dei loro autori.
  • ©Riproduzione autorizzata a condizione che venga citata la fonte.
Guido Vignelli
È uno studioso di Etica, Filosofia Politica e Scienze delle Comunicazioni. Nel 1982 è stato uno dei membri fondatori del Centro Culturale Lepanto e, nel 1987, dell'Associazione Famiglia Domani. Dal 2001 al 2006 è stato membro della Commissione di Studio sulla Famiglia istituita dalla Presidenza italiana del Consiglio dei Ministri. Nel 2015 ha collaborato con la Supplica Filiale, una campagna mondiale che ha chiesto a Papa Francesco di intervenire per rettificare le ambigue dichiarazioni del Sinodo dei Vescovi sulla Famiglia. È autore del libro Una Rivoluzione Pastorale ed è discepolo del professor Plinio Corrêa de Oliveira.

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