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QUALE FU L’ECONOMIA DI SAN FRANCESCO (in tempi di eresie pauperistiche)

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Questo secondo articolo sul Convegno di Assisi di marzo 2020 (Economy of Francesco), segue un primo pezzo pubblicato su La Verità il 15 maggio. Oggi vorrei limitarmi ad alcune considerazioni di ordine storico-spirituale

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Nel medioevo, nei tempi di San Francesco d’Assisi (1182-1226), dal XII al XIII secolo, si svilupparono molte varietà di eresie pauperistiche, quale reazione alla opulenza delle gerarchie ecclesiastiche. Nacquero vari ordini mendicanti, quali: fraticelli, umiliati, poveri evangelici, beghine, patari, valdesi e altri, che prepararono progressivamente il terreno per la grande eresia (apparentemente) correlata a ragioni economiche: la Riforma Protestante. Gli studiosi  di questi problemi spiegano anche che, a partire da fine del trecento, ci si convinse che la povertà, come ideale di vita, era irrealizzabile e persino poteva pregiudicare i più deboli, ma anche che la chiesa povera era un errore perché non avrebbe avuto risorse per evangelizzare e fare opere di carità. Ne conseguì che la protesta religiosa pauperistica si  trasformò, alleandosi alla protesta sociale, contrapponendosi alla Chiesa romana ed arrivando pian piano a concorrere alla preparazione della Riforma Protestante, che generò una seconda chiesa senza Roma. Si rifletta, proprio oggi,  su questo punto. 

Ispirarsi pertanto a San Francesco, per cercare di “umanizzare” l’economia, pretende molta attenzione, perché San Francesco non si occupò di economia, ma di conversione dei cuori. Non si umanizza l’economia se prima non si converte l’uomo che gestisce l’economia, non sono infatti le strutture e gli strumenti che vanno cambiati, bensì  il cuore dell’uomo che li usa. Altrimenti il rischio è di protestantizzare l’uso dello strumento economico che prende autonomia morale. Pertanto, se si è scelto San Francesco quale maestro, si ascoltino  davvero le sue lezioni implicite.  

San Francesco volle che la povertà, che lui aveva scelto, si rivelasse nella purezza del Vangelo, non pretendeva certo di farne una lezione di economia, soprattutto contro i ricchi. I poveri pezzenti, i mendicanti, non erano i poveri di San Francesco, perché non cercavano, non volevano ed non amavano la povertà, come invece faceva il santo di Assisi. La povertà, utile talvolta alla loro, spesso giusta, ribellione, non era la povertà di San Francesco, la cui povertà non era certo quella dei poveri “per disgrazia”. Ma  tanto meno lo era la povertà dei poveri “per rancore polemico”, cioè  quella ostentata dagli eretici. San Francesco era povero per vocazione, per amore di Cristo. Solo nel Vangelo la povertà non si lamenta, non protesta, ma si esprime senza rancore, senza lamenti, perché si identifica con Gesù stesso.

Neppure Papa Innocenzo III, il Papa di San Francesco,  quello che indisse la crociata contro gli eretici albigesi, quello stesso che scrisse il De Contemptu mundi (nel quale disprezza la miseria della condizione umana), aveva capito lo spirito della povertà di San Francesco. Non doveva esser facile capire questo spirito, perfino san Bernardo aveva già chiamato “santa” la povertà nel mondo, ma San Francesco non parlava di una povertà del mondo che santifica chi, non volendola, la sa sopportare, lui parlava di una povertà che arricchisce e da felicità, volendola e amandola. Ma attenzione , per San Francesco la povertà non era il fine, ma solo un mezzo, grazie al quale, liberamente egli poneva il proprio pensiero in Dio facendo la volontà di Dio.

In Laudato Sì, quello di San Francesco, tutte  le creature son chiamate a lodare Iddio secondo il loro ruolo naturale, solo l’uomo è chiamato a farlo esercitando virtù, con merito, perdonando e soffrendo. Scrive San Francesco . Ecco che San Francesco distingue due livelli di creature, con diversi ruoli e doveri, ed alla creatura umana chiede di esercitare le virtù, guadagnando meriti con le sue azioni. In specifico perdonando e sopportando tribolazioni. Dio è infatti “meritocratico” (con buona pace dei teologi progressisti che lo considerano una “bestemmia”) .

Pensare pertanto di umanizzare l’economia, ispirandosi ad una (soggettivamente interpretata) spiritualità di San Francesco, presenta rischi. Rischi di illudere con utopie  “pauperistiche” moderne che potrebbe anche generare errori irreversibili, orientati alla decrescita economica a beneficio di un culto, neomalthusiano-ambientalista, della natura e in  disprezzo dell’uomo, considerato implicitamente invece cancro della natura. Magari anche privilegiando indirettamente quelle religioni pagane <più attente all’ambiente di quelle cristiane>.

Un’ultima considerazione. Invece di parlare di “casa comune” riferendosi al Creato (ambiente), un cattolico che si ispira a San Francesco, dovrebbe parlare del Creato come di un “bene di famiglia della Casa di Dio”, da trattare con il massimo rispetto. Ma se la teologia prevalente oggi afferma che la Chiesa è – parte del mondo -, essa rischia di venir “evangelizzata dal mondo” e perderà  il suo ruolo e compito di  concorrere a generare il vero bene comune.

 

Fonte: La Verità, 27-07-19

 

  • Nota: posizioni e concetti espressi negli articoli firmati sono di esclusiva responsabilità dei loro autori.
  • ©Riproduzione autorizzata a condizione che venga citata la fonte.
Ettore Gotti Tedeschi

One thought on “QUALE FU L’ECONOMIA DI SAN FRANCESCO (in tempi di eresie pauperistiche)

  1. Ho una piccola sensazione, che di questi personaggi a cui è affidata la guida della Chiesa, gran parte di “loro” ( non essi), parlano dei Santi non conoscendone affatto la loro vita e le loro opere, perché infermi di cecità spirituale, per cui ogni tanto i nostri arnesi della fede ci permettono di scardinare la gabbia in cui lor signori vorrebbero imprigionarci, e detto questo vi sottopongo, gentilmente alla lettura di questo piccolo fatto accaduto al Santo di cui si parla e tratto da una pubblicazione del 1960, il testo dice così :
    Essendo una volta santo Francesco gravemente infermo degli occhi, messer Ugolino Cardinale protettore dell’Ordine, per grande tenerezza ch’avea di lui, sì gli scrisse ch’egli andasse a lui a Rieti. Dov’erano ottimi medici d’occhi. Allora santo Francesco, ricevuta la lettera del Cardinale, se ne andò prima a Santo Damiano, dove era santa Chiara devotissima sposa di Cristo, per darle alcuna consolazione e poi andare al Cardinale. Ed essendo ivi santo Francesco, la notte seguente peggiorò sì degli occhi, che non vedeva punto lume; di che non potendosi partire, santa Chiara gli fece una celluzza di scannici, nella quale egli si potesse meglio riposare. ………
    E sostenendo più di quella pena e tribolazione, cominciò a pensare e a riconoscere che quella uno flagello di Dio per i suoi peccati; e cominciò a ringraziare Iddio con tutto il cuore e colla bocca; e poi gridava ad alte voci dicendo: “ Signore mio, io sono degno di questo e di troppo peggio.
    Dopo questa orazione, gli venne una voce dal cielo che disse: “ Francesco, rispondimi. Se tutta la terra fosse oro, e tutti i mari e i fiumi e le fonti fossono balsamo, e tutti i monti e colli e sassi fossono pietre preziose, e tu trovassi un altro tesoro tanto più nobile che queste cose, quanto l’oro è più nobile che la terra, e il balsamo che l’acqua, e le pietre preziose più che i monti e i sassi, e fosseti dato per questa infermità quello più nobile tesoro, non ne dovresti tu essere bene contento e bene allegro?” . Rispose santo Francesco : Signore, io non sono degno di così prezioso tesoro”. “ Rallegrati, Francesco, però quello che è il tesoro di vita eterna, il quale io ti riservo e insino a ora te lo investico; e questa infermità e afflizione è arra di quello tesoro beato”. Allora santo Francesco chiamò il compagno con grandissima allegrezza di così gloriosa promessa, e disse : “ Andiamo al Cardinale.”
    Trascrivo alcune mie risposte, affinché si capisca in generale, come si vorrebbe dialogare e sottomettere le persone :
    L’onestà non è di nessuna persona con condizione particolare, ma di tutte le persone in condizione generale. La conclusione di questa frase, è che per ciascuno di noi, è più necessario studiare gli uomini che i libri.
    La risposta è stata : TheCyrano 10 –
    Ma l’avevamo già capoto che sei un cretino, non c’era bisogno che tu lo ribadissi con prosa fra l’altro nulla dicente.
    La mia risposta è stata la seguente :
    Hai dato la risposta a qualcosa di cui ho enunciato in altra occasione e che ora ne rispecchia la verità. Qualsiasi individuo che attraverso meticoloso esame di coscienza, non individua in che categoria è il suo essere, e per vanità partecipa a discussioni che vanno oltre il suo livello comprensoriale, dimentica ciò che è, e riprende il suo corso normale, inserendosi nel dialogo con il suo essere naturale. Essere offeso ( così per dire) da una come lei, dimostra due punti essenziali: 1) che esistono ancora gli incapaci del pensiero, e non si rendono conto delle (loro) stupidate dichiarate; 2) che questa nazione, in proprio contiene tutto quello che di immorale la politica ha saputo dimostrare. Lei ne è una evidenza!
    Ed in termini un po’ più lunghi e precisi inserii codesto piccolo commento :
    Le discussioni con uomini pertinacemente ostinati nei loro principi sono, fra tutte, le più noiose, ad esclusione forse di quelle con persone assolutamente sleali, che non credono in realtà alle opinioni che difendono,ma si impegnano nella controversia per ostinazione, per spirito di contraddizione, o per un desiderio di mostrare capacità intellettuali e acutezza mentale superiori a quelle di altri uomini. Ci si deve aspettare in entrambi i generi di persone il medesimo cieco attaccamento alle proprie argomentazioni, il medesimo disprezzo per i propri oppositori, e la medesima appassionata veemenza nell’inventare sofisticherie e falsità. E siccome il ragionamento non è la fonte da cui l’uno o l’altro partecipante alla discussione ricava le proprie dottrine, è vano attendersi che una logica, che non parli agli affetti, induca mai persone del genere ad abbracciare principi più validi. ” Principi generali della morale” Sezione I, D. Hume

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