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L’epopea missionaria nella formazione della Cristianità luso-brasiliana

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Dalla scoperta fino ai nostri giorni: la grande opera realizzata dai missionari per cristianizzare e civilizzare gli indios brasiliani (Prima parte qui)

Jesuit-Mission
Missione Gesuita

Se non fosse stato per gli insediamenti, l’evangelizzazione degli indios non sarebbe stata altro che una chimera. Con un governo e un’autorità proprie, detti insediamenti rappresentarono la modalità efficace e originale della colonizzazione del Brasile, e forse il primo seme delle celebri riduzioni gesuite.

Dispersi com’erano, i nativi non avrebbero mai abbandonato i loro vizi e le loro abitudini nomadi, né avrebbero smesso di combattersi e di praticare il cannibalismo.

Le autorità pubbliche diedero totale appoggio all’attività dei primi missionari. L’arrivo in Brasile di Mem de Sá, terzo Governatore Generale del Paese a partire dal 1558, diede nuovo impulso all’opera di conversione degli indios, grazie all’aiuto prestato all’opera missionaria e in modo particolare agli insediamenti. Governo e missionari gesuiti erano coordinati e guidati dai padri José de Anchieta e Manuel da Nóbrega. Più tardi giunsero altri ordini e congregazioni religiose come i francescani, i benedettini, i carmelitani etc. San José de Anchieta divenne noto come l’Apostolo del Brasile.

 

I primi insediamenti

I primi villaggi vennero fondati nell’attuale Stato della Bahia nel 1558, sotto il governo di Mem de Sá. In questi insediamenti, gli indios venivano istruiti sulla religione e persuasi ad abbandonare l’antropofagia e l’alcolismo. Inoltre, ci si prendeva cura della loro alimentazione, del loro abbigliamento, della loro salute etc., facendo sì che assumessero gradualmente costumi civilizzati. I missionari cercavano di installare i villaggi negli stessi luoghi in cui già vivevano i nativi.

Sotto l’influenza dei gesuiti, questi insediamenti godevano di molti vantaggi e di una legislazione speciale che regolava i beni degli indios, la loro separazione dai portoghesi, il commercio tra gli uni e gli altri, il regime di lavoro e la gerarchia amministrativa, basata sulla struttura giuridica delle istituzioni municipali portoghesi. Durante questo primo esperimento di villaggi, l’opera degli evangelizzatori consistette in lunghe missioni con le tribù, che lentamente si cristianizzarono.

Un funzionario civile, l’ufficiale giudiziario, veniva nominato dal Governatore Generale ed era molto rispettato dagli indios. All’inizio, i delitti più comuni erano antropofagia e liti causate dall’alcol, ma anche adulterio, furti, assenze ingiustificate al lavoro, a scuola e agli atti religiosi. Una volta comprovato il delitto, l’ufficiale giudiziario applicava la pena corrispondente. I missionari cercavano di difendere gli indios contro eventuali abusi praticati dalle autorità civili.

Nei villaggi v’erano sempre una chiesa, un collegio, un ospedale e case per gli indigeni. Alcuni insediamenti arrivarono ad accogliere 5 mila abitanti, il che richiedeva un preciso ordine amministrativo e più terra per le colture. Gli indios si sottomettevano a un regime umano di lavoro, con scadenze prefissate, in modo da non cadere nella tentazione della pigrizia. Ricevevano un salario, vestiti e cibo in base alle attività esercitate.

 

L’evangelizzazione degli indios

Inizialmente, l’apostolato fu quasi esclusivamente individuale. Per la conversione dei nativi non si ricorreva necessariamente a predicazioni dottrinali, come ad esempio nell’India o nel Giappone dell’epoca. Molto intuitivi, agli indios era sufficiente insegnare la legge morale e far sì che preservassero questo insegnamento. La dottrina si sarebbe imposta con il tempo. Fatta eccezione per i naturali ostacoli psicologici dovuti ai loro costumi selvaggi, non opponevano resistenza alla Religione cattolica. Molti chiesero di esservi istruiti. I missionari, lungo cinque secoli, studiarono a fondo il loro carattere e la loro psicologia. Mirando soprattutto alla salvezza delle anime, desideravano però anche che fossero ben alimentati, affinché godessero di buona salute; posizione opposta rispetto a quella degli stregoni o degli sciamani, che promettevano benefici materiali pur lasciandoli a vivere nell’ozio.

Indolenti, difficili da smuovere, a volte gli indios si trovavano in difficoltà per non voler nemmeno procurarsi il cibo…

Capivano tutto repentinamente, ma senza profondità. Tali caratteristiche esigevano dai missionari dolcezza e fermezza, pazienza e una presenza costante.

Molti indigeni furono buoni guerrieri contro invasori stranieri e altri selvaggi rivoltosi. Nei rapporti reciproci, non potevano mai dimostrare debolezze. I nativi, per natura, non erano inclini alla mitezza. La crudeltà e i costumi sanguinari erano infatti profondamente radicati nei loro spiriti. Ne è prova il martirio dei due fratelli coadiutori gesuiti Pero Correia e João de Souza, uccisi dai Carijós nel 1555.

 

Il ruolo dei bambini

Dopo quest’apostolato individuale, ebbe inizio l’evangelizzazione attraverso l’istruzione. Nel 1549 padre Manuel da Nóbrega scriveva che i missionari iniziarono a visitare le case degli indigeni, nei villaggi, invitando i bambini ad apprendere a leggere e a scrivere, e che questi accettavano di buona volontà.

I missionari cercavano di conquistare la simpatia dei membri più influenti delle popolazioni aborigene, mentre i bambini orfani portati da Lisbona insieme a quelli dei collegi attiravano i bambini indios, chiamati curumins. Insieme ai capi delle tribù si concordava il procedimento da tenere nelle visite e l’obiettivo principale, ovvero predicare la legge di Dio. Una volta stabilizzati i villaggi, i missionari iniziavano a viverci.

In questo modo, attraverso i figli, si raggiungevano i genitori indifferenti e pigri. I bambini si trasformavano subito in maestri e apostoli. I bambini portoghesi dei collegi, assieme ai curumins, entravano nei villaggi pagani, predicando, insegnando e conducendo le anime a Dio. Sia loro che i missionari percorrevano i villaggi con alla testa una croce e intonando inni: i nativi, sempre meravigliati, generalmente li ricevevano bene.

I figli degli indios apprendevano a leggere e a scrivere portoghese, a cantare e a servire la Messa. L’insegnamento musicale fu sempre intenso, e svolse un ruolo importante nell’apostolato.

Gli indios si interessavano a tutto. Al suono della campana, che li invitava ad assistere alla Messa, accorrevano in chiesa. Provavano un’attrattiva per le musiche sacre, partecipavano contenti alle processioni religiose. Prestavano molta attenzione ai sermoni tradotti dagli interpreti.

 

Gli indios apprezzarono sempre i missionari

In ogni epoca dell’evangelizzazione, i nativi apprezzarono sempre i missionari. Entrando nei villaggi, i religiosi erano molto solleciti sia verso i bambini sia verso gli adulti, aiutavano gli ammalati e mostravano affetto e lealtà verso tutti.

Erano ritenuti uomini benevoli e si sforzavano di esprimersi nella lingua del posto. Condannavano ogni uomo bianco che volesse far loro del male. E mai chiedevano in cambio dei doni, come facevano invece gli stregoni.

Quanto agli abiti, vennero usati poco a poco. I missionari distribuivano vesti alle donne e pantaloni agli uomini. Allo steso tempo, incoraggiavano l’ancora rudimentale industria tessile. Era necessario inculcare l’abitudine di vestirsi ogni giorno. Il mezzo più efficace per raggiungere questo obiettivo fu esigere che stessero vestiti in chiesa. Dovevano riservare il necessario dei loro guadagni per acquistare i “vestiti per vedere Dio”, sotto la pena di non essere ammessi alle cerimonie religiose. Fu così che, grazie all’assistenza agli atti di culto, questo uso entrò gradualmente nei costumi dei nativi.

La grande difficoltà incontrata dai missionari – che continua ancora oggi – fu l’azione esercitata dagli sciamani o stregoni delle tribù. Questi odiarono sempre i religiosi, considerandoli loro rivali nella pratica della profezia e della medicina. Uno sciamano difficilmente si convertiva alla Religione di Nostro Signore Gesù Cristo.

Tale modalità di evangelizzazione ebbe tanto successo che ancora oggi è mantenuta nella sua essenza, applicata dai missionari fedeli alla tradizione gloriosa del lavoro svolto da Anchieta, l’Apostolo del Brasile. Purtroppo però, ai nostri giorni si è formata una corrente composta da missionari neo-tribalisti, i quali propongono di mantenere l’indio nel suo stadio primitivo di cultura. Nel prossimo articolo, analizzeremo questa nuova missiologia e i danni che sta causando ai poveri indios e alla nazione brasiliana.


 

BIBLIOGRAFIA:

Padre Serafim Leite, História da Companhia de Jesus no Brasil, Editora Portugal, Lisbona, 1943.

Rocha Pombo, História do Brasil, W. M. Jackson, Inc. Editores, Rio de Janeiro, 1942.

Francisco Adolfo de Varnhagen, História Geral do Brasil, Edições Melhoramentos, São Paulo, 1959.

Padre Alcionilio Bruzzi Alves da Silva, A Civilização Indígena do Uaupés, Libreria Ateneo Salesiano, Roma, 1977.

 

Carlos Sodré Lanna

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