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I “ministeri dal volto amazzonico”. Eclissi del sacerdozio cattolico e del carattere gerarchico della Chiesa (1)

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Mons. Fritz Löbinger

L’Instrumentum laboris del prossimo Sinodo speciale sull’Amazzonia1 ha piazzato una bomba a orologeria. Il documento afferma che “la Chiesa deve incarnarsi nelle culture amazzoniche che possiedono un alto senso di comunità, uguaglianza e solidarietà, per cui il clericalismo non è accettato nelle sue varie forme di manifestarsi”. Aggiunge che le tribù amazzoniche conservano “una ricca tradizione di organizzazione sociale dove l’autorità è a rotazione e con un profondo senso del servizio”. E invita i Padri Sinodali a “riconsiderare l’idea che l’esercizio della giurisdizione (potere di governo) deve essere collegato in tutti gli ambiti (sacramentale, giudiziario, amministrativo) e in modo permanente al Sacramento dell’Ordine” (n° 127).

Questo paragrafo riprende, con verbosità tecnica, la proposta del vescovo Fritz Löbinger di inventare un sacerdozio di seconda classe e a tempo, ordinando uomini sposati che abbiano soltanto la facoltà di celebrare Messa e di amministrare i Sacramenti, ma non la potestà di insegnare e governare – proposta che Papa Francesco ha giudicato “interessante” in una conferenza stampa aerea2.

Nella presentazione del documento sinodale, la giornalista Cristiana Caricato, di TV2000 (rete televisiva della Conferenza episcopale italiana), ha commentato che quel paragrafo “è l’espressione più avanzata che si può trovare sull’ Instrumentum laboris” e ha domandato al card. Lorenzo Baldisseri se “questa idea di scollegare l’esercizio della giurisdizione dall’ordine sacro sia relegata solo alla questione amazzonica” o rappresenti “il preludio di qualcosa di diverso”. Il segretario generale del Sinodo dei Vescovi, vacillando un po’, ha risposto che “questo discorso sull’autorità di governo deve essere studiato ancora”, perché “infatti è un problema di carattere dottrinale, non solo disciplinare”, dato che i tre poteri ricevuti nell’ordinazione sacerdotale (insegnare, governare e santificare) sono inseparabili3.

I media hanno messo in risalto, quasi esclusivamente, la dispensa dal celibato implicita nella proposta di ordinazione sacerdotale di uomini maturi sposati (viri probati). Tuttavia la liquefazione del sacerdozio che si ha in vista va in realtà molto oltre: si tratta di un nuovo tipo di sacerdozio, associato alla leadership rotativa delle comunità indigene, il che comporterebbe l’eclissi del carattere clericale e gerarchico della Chiesa, basato proprio sul sacramento dell’Ordine.

Questa erosione del sacerdozio ministeriale viene da lontano ed è stata realizzata mediante la progressiva importanza data al concetto di sacerdozio universale dei fedeli e tramite la manipolazione semantica del concetto di “ministero”, allargandolo prima ai “ministeri laicali” e ora anche ai “ministeri autoctoni”. Per aiutare i lettori a comprendere questo dibattito di fondo mi propongo di dare in questo articolo un riassunto dell’insegnamento cattolico tradizionale sul sacerdozio e la gerarchia ecclesiastica e di seguire passo dopo passo, nei prossimi articoli, il trasbordo ecclesiologico inavvertito che ha condotto all’eclissi del sacerdozio e della Gerarchia a cui mirano gli organizzatori del Sinodo sull’Amazzonia.

* * *

Nostro Signore Gesù Cristo ha redento il genere umano avvalendosi di un triplice ministero: sacerdotale, dottrinale e pastorale.

Ministero sacerdotale, perché il compito proprio del sacerdote consiste nell’essere mediatore tra la divinità e gli uomini e la sua funzione essenziale è il sacrificio4. Il sacerdozio di Cristo è iniziato con l’unione ipostatica, ha avuto il suo culmine con il sacrificio della Croce, attraverso cui l’umanità decaduta è stata riconciliata con Dio, e proseguirà eternamente nella visione beatifica.

Ministero dottrinale e profetico, perché Gesù Cristo ha dissipato l’ignoranza religiosa frutto del peccato e ha rivelato i più profondi misteri di Dio. Egli è il maggiore Profeta promesso dall’Antico Testamento e il Dottore assoluto dell’umanità: “uno solo è il vostro Maestro, il Cristo” (Mt 23, 10).

Ministero pastorale, perché Egli ha mostrato agli uomini, fuorviati dal peccato, la buona strada per raggiungere il loro fine soprannaturale, inculcando l’obbedienza ai Comandamenti di Dio e dando il nuovo comandamento dell’amore. Il Suo potere pastorale di re, legislatore e giudice abbraccia l’intero universo: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra” (Mt 28, 18).

Nel fondare la Sua Chiesa come una società al contempo soprannaturale e visibile, con la finalità di perpetuare la sua opera redentrice5, Gesù Cristo l’ha dotata, nelle persone degli Apostoli6, di una Gerarchia, alla quale ha trasmesso il Suo triplice ministero sacerdotale, profetico e pastorale con i corrispettivi poteri. Al vertice di questa Gerarchia, Cristo ha stabilito Pietro e i suoi successori quali principi degli Apostoli e capi visibili di tutta la Chiesa, conferendo loro direttamente e personalmente non soltanto un primato di onore ma anche il primato di giurisdizione (ossia, il possesso completo e sovrano del potere legislativo, giudiziario e coercitivo)7. Questo triplice ministero è stato trasmesso direttamente agli Apostoli, affinché a loro volta lo trasmettessero ai loro successori.

E tale ministero sacerdotale, magisteriale e pastorale è conferito ai chierici attraverso l’imposizione delle mani e la preghiera del vescovo, che sono la materia e la forma del sacramento dell’Ordine, il quale imprime un carattere indelebile che conforma l’ordinato a Cristo, Sommo ed Eterno Sacerdote, e gli conferisce un potere spirituale permanente. Secondo San Tommaso, il sacramento dell’Ordine ha la specificità di risiedere principalmente nella trasmissione di una spiritualis potestas; la sua essenza cioè si realizza nel suo effetto primo, che è quello di imprimere il carattere sacerdotale, e non nella grazia di santificazione personale di colui che lo riceve (come accade negli altri Sacramenti)8.

Questa triplice potestà spirituale di pascere il gregge è tuttavia una e inscindibile, in ragione della sua relazione con la missione unica di Cristo, della sua origine in un solo sacramento e dell’unicità del suo fine: la salvezza degli uomini. Ciò non impedisce che, per il bene delle anime, l’Ordinario, nell’atto di conferire la missione canonica, regoli l’esercizio di una delle tre funzioni o munera (regendi, docendi et sanctificandi) della potestà sacra degli ordinati.

Tale potere spirituale si concentra nell’Eucaristia e stabilisce i tre gradi gerarchici: i diaconi assistono il celebrante della Messa e distribuiscono la Santa Comunione; i sacerdoti ricevono il potere di consacrare e di assolvere i peccati; i vescovi, che possiedono la pienezza del potere dell’Ordine, ricevono inoltre la potestà di ordinare nuovi chierici, persino altri vescovi. È tramite la trasmissione di questa pienezza del sacramento dell’Ordine attraverso i secoli che gli attuali vescovi sono uniti agli Apostoli per via di successione. Senza questa trasmissione sacramentale la Chiesa smetterebbe di essere “Apostolica”, come proclama il Credo.

Tradizionalmente si distinguono due versanti all’interno della gerarchia della Chiesa, quello dell’Ordine e quello della Giurisdizione. Ciò si fonda sul fatto che Gesù Cristo, Capo della Chiesa, agisce per mezzo dei suoi ministri sia per l’influsso interiore della grazia (gerarchia di ordine) che per il governo esteriore dei fedeli (gerarchia di giurisdizione). Se la prima esercita il suo potere sul Corpo reale di Cristo nell’Eucaristia, la seconda esercita il suo potere sul Corpo mistico di Cristo, la sua Chiesa.

Per diritto divino, la giurisdizione propria e ordinaria sulla Chiesa universale appartiene soltanto al papa (in grado supremo) e ai vescovi circa le loro rispettive diocesi. Tutti gli altri gradi della gerarchia di giurisdizione sono di istituzione ecclesiastica e i suoi titolari godono soltanto di una giurisdizione delegata.

Quanto detto veniva succintamente e chiaramente espresso dal canone 108 del Codice di Diritto Canonico del 1917: “Dicesi chierico chi almeno tonsurato è addetto al divino servizio. Fra i chierici vi è una gerarchia, la quale, quanto all’ordine, è divisa, per diritto divino, in vescovi, preti e ministeri [diaconi]9, e quanto alla giurisdizione in Pontificato supremo ed Episcopato subordinato; per diritto ecclesiastico sono vari altri gradi”.

E quale sarebbe il ruolo dei laici in questa struttura gerarchica: soltanto quello di essere passivamente pecore del gregge? Non dice San Pietro all’insieme dei fedeli: “Voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa”, per cui dovete disporvi “come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo” (1 Pt 2, 9 e 5)?

Senz’altro. Tuttavia, subito dopo, il principe degli apostoli distingue tale sacerdozio universale dei fedeli dal sacerdozio ministeriale dei chierici, dicendo che i primi devono offrire “sacrifici spirituali graditi a Dio”, ossia le buone opere personali e non le vittime reali offerte sull’altare. Inoltre, specifica che in suddetta nazione santa c’è una gerarchia: il capo è Cristo, pastore e custode supremo (1 Pt 2, 25; 5, 4) il quale, non essendo più presente in maniera visibile, esercita la sua autorità attraverso rappresentanti umani a cui i semplici fedeli debbono obbedire: “I presbiteri dunque, che sono tra voi, li esorto, io parimenti presbitero… pascete il gregge di Dio, che da voi dipende, governandolo non forzatamente, ma di buona voglia, come vuole Iddio” e “parimenti voi, o giovani, siate soggetti ai presbiteri” (1 Pt 5, 1-5).

Pertanto, il sacerdozio universale dei fedeli è un sacerdozio soltanto nel senso lato e analogico. Se per il Battesimo, tutti i fedeli (compresi i chierici) possiedono la capacità di dare a Dio il culto spirituale, offrendo loro stessi e le realtà materiali e spirituali del mondo, quanti ricevono il sacerdozio con il sacramento dell’Ordine salgono sull’altare e offrono il sacrificio eucaristico perché sono “ministri”, cioè, servitori10 e rappresentanti di Gesù Cristo.

I laici hanno una funzione propria e peculiare: informare di spirito cristiano tutte le realtà terrene: “Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio”, dice il Concilio Vaticano II11.

In questo modo, come spiega il noto canonista Pietro Lombardo, “chierici, religiosi e laici hanno in comune la loro appartenenza al popolo di Dio, la loro appartenenza alla condizione di fedeli; differiscono, invece, nel contenuto delle loro specifiche missioni ecclesiali”12:

– I chierici, “per i sacramenti dell’Ordine, sono destinati a reggere e servire gli altri guidando, insegnando e santificando”, per cui, “per essi passano in secondo piano le questioni temporali”;

– I religiosi “sono chiamati a separarsi dal mondo per ricordare con la loro testimonianza a coloro che edificano la città terrena… che solo ha senso la vita presente se in essa sappiamo intravedere quella futura”;

– E i laici, oltre la loro vocazione di conferire una dimensione divina all’agire umano, debbono offrire la loro testimonianza personale di vita cristiana e intraprendere il combattimento contro i nemici della fede. Il che, secondo San Tommaso d’Aquino, è quanto spetta a chi riceve il sacramento della cresima: confessare pubblicamente la propria fede in Cristo. Inoltre, i laici contribuiscono alla formazione dei costumi – che talvolta hanno forza giuridica – e, ancor più, alla conservazione e allo sviluppo del sensus fidei. In materia di apostolato, essi non solo possono aiutare il clero nella sua missione (come catechisti e animatori di associazioni pubbliche di fedeli, etc.), ma godono anche della facoltà di intraprendere opere di evangelizzazione, portate avanti a titolo privato e sotto la vigilanza della Gerarchia.

Il noto cattedratico milanese Vincenzo Del Giudice così riassume la differenza tra chierici e laici:

“In Essa [la Chiesa] ci sono superiori gerarchici e sudditi, c’è un elemento attivo e passivo [in quanto all’amministrazione e alla ricezione dei sacramenti], persone che governano (ecclesia dominans) e persone che obbediscono (ecclesia obediens), persone che insegnano (ecclesia docens) e altre che imparano (ecclesia discens). Insomma, c’è una classe ‘eletta’ (clerus) che ha il compito di insegnare e governare spiritualmente i fideles, e di amministrare i sacramenti, e dall’altra parte, la classe dei fideles, considerata indistintamente (ossia, tanto i laici quanto gli stessi appartenenti al clero, cioè, tutti quanti formano il ‘popolo di Dio’), ai quali si insegna, governa e si conduce alla santità grazie all’attività spiegata sopra (c. 107 e 948) (Lumen gentium, n° 2829)”13.

Pertanto, come insegna Pio XII, “si deve, sì, ritenere in ogni modo che quanti usufruiscono della sacra potestà, sono in un tal corpo membri primari e principali, poiché per loro mezzo, in virtù del mandato stesso del Redentore, i doni di dottore, di re, di sacerdote, diventano perenni”14.

Proprio per mettere in risalto questa differenza ontologica fra “sacerdozio comune” dei fedeli e “sacerdozio ministeriale” dei chierici – differenza che non elimina l’uguaglianza fondamentale in forza del Battessimo – la Chiesa ha sempre riservato la parola “ministero” soltanto al “sacro ministero”, ovvero, quella “funzione di istituzione divina per cui si coopera con il sacerdozio di Cristo nella mediazione fra il mondo e Dio”15 e per il cui svolgimento si compiono attività pubbliche, ossia esercitate in nome e con l’autorità della Chiesa, e che richiedono il sacramento dell’Ordine sacro (per esempio, nel Codice di Diritto Canonico del 1917, i vocaboli “ministero” e “ministro” vengono usati esclusivamente in rapporto ai sacramenti e alle funzioni sacre della liturgia). È per lo stesso motivo, ossia preservare la differenza tra chierici e laici, che tradizionalmente gli uffici ecclesiastici16 venivano riservati ai chierici, unici soggetti titolari di potestà di giurisdizione, poiché i laici non hanno ricevuto col Battesimo nessuna autorità di comando, per diritto proprio, nella Chiesa17.

Come in tutte le civiltà dell’Antichità, anche nella Cristianità medievale (e fino alla laicizzazione dello Stato durante la Rivoluzione Francese), i chierici, per il loro ruolo di intermediari presso Dio, costituivano la prima classe anche nella sfera temporale e godevano di uno statuto privilegiato18. Persino dopo la secolarizzazione delle istituzioni pubbliche il clero continuò ad essere trattato, nel protocollo della vita sociale privata, con gli stessi segni di venerazione dei secoli precedenti19.

La prima esplosione rivoluzionaria contro il sacerdozio cattolico e i privilegi ecclesiastici e politico-sociali di cui godevano i chierici, accadde durante la Pseudo-Riforma protestante in nome del triplice slogan “sola fides, sola Scriptura, sola gratia”. La dottrina protestante postula, di fatto, che la fede è sufficiente affinché i frutti della Redenzione siano applicati direttamente al credente senza la mediazione della Chiesa né dei suoi ministri, i quali perdono inoltre ogni potere magisteriale in forza della libera interpretazione delle Scritture. Ne risulta necessariamente l’eliminazione radicale della distinzione fra chierici e laici20.

La confutazione dell’eresia protestante fu l’oggetto principale del Concilio di Trento, che, per quanto riguarda l’argomento specifico del sacerdozio e della gerarchia, fulminava come eresie le seguenti proposizioni:

“Se qualcuno dirà che nel nuovo Testamento non vi è un sacerdozio visibile ed esteriore, o che non vi è alcun potere di consacrare e di offrire il vero corpo e sangue del Signore, di rimettere o di ritenere i peccati, ma il solo ufficio e il nudo ministero di predicare il vangelo, o che quelli che non predicano non sono sacerdoti, sia anatema”21.

“Se qualcuno dice che nella Chiesa cattolica non vi è una gerarchia istituita per disposizione divina, e formata di vescovi, sacerdoti e ministri, sia anatema”22.

Nonostante il Concilio di Trento, le tendenze ugualitarie del protestantesimo continuarono ad infiltrarsi negli ambienti cattolici. La negazione protestante del sacerdozio ministeriale ritornò, in una versione tardo-giansenista, nel Sinodo di Pistoia, convocato dal vescovo di Prato, nel settembre del 1786. Il decreto sinodale sulla grazia e la predestinazione (3ª sessione, art. § 1) sosteneva che la potestà legata al ministero sacerdotale non venne data da Gesù Cristo direttamente agli Apostoli bensì alla Chiesa, per essere trasmessa ai pastori. Quasi contemporaneamente e basandosi sulle stesse tendenze, la Costituzione Civile del Clero, promulgata dall’Assemblea Nazionale durante la Rivoluzione Francese, adottava una struttura democratica per la sua chiesa scismatica, nella quale i curati e i vescovi venivano eletti dalla comunità (come apparentemente sta iniziando ad accadere adesso in Cina, dopo il patto segreto tra il Vaticano e Pechino).

La tesi di Pistoia fu condannata da Papa Pio VI nella bolla Auctorem Fidei, con queste parole: “La proposizione secondo cui la potestà fu data da Dio alla Chiesa per comunicarsi ai Pastori che sono i suoi ministri per la salute delle anime, intesa nel senso che dalla Comunità dei fedeli derivi nei pastori la potestà del ministero e del governo ecclesiastico, è eretica”23.

Alla fine del XIX secolo, il modernismo – che sorse dall’infiltrazione delle idee razionaliste del protestantesimo liberale dentro il cattolicesimo – sostenne la stessa eresia, professando che la gerarchia della Chiesa non è stata stabilità da Gesù Cristo, ma è emersa gradualmente per soddisfare le necessità liturgiche e amministrative delle prime comunità cristiane. È ben nota la frase di Alfred Loisy: “Gesù annunciava il regno e fu la Chiesa ad emergere”24.

Quando la Repubblica laica francese volle attribuire il culto e l’amministrazione dei beni ecclesiastici a semplici associazioni di fedeli, San Pio X rifiutò questo attentato alla costituzione gerarchica della Chiesa con un’enciclica di fuoco, la Vehementer Nos:

“Le disposizioni della nuova legge sono infatti contrarie alla Costituzione secondo la quale la Chiesa è stata fondata da Gesù Cristo. La Sacra Scrittura ci insegna, e la tradizione dei Padri ci conferma, che la Chiesa è il Corpo mistico di Gesù Cristo, Corpo retto da Pastori e da Dottori; cioè una società di uomini in seno alla quale si trovano dei capi che hanno pieni e perfetti poteri per governare, per insegnare e per giudicare. Ne risulta che la Chiesa è per sua natura una società ineguale, cioè una società formata da due categorie di persone: i Pastori e il Gregge, coloro che occupano un grado fra quelli della gerarchia, e la folla dei fedeli. E queste categorie sono così nettamente distinte fra loro, che solo nel corpo pastorale risiedono il diritto e l’autorità necessari per promuovere e indirizzare tutti i membri verso le finalità sociali; e che la moltitudine non ha altro dovere che lasciarsi guidare e di seguire, come un docile gregge, i suoi Pastori”25.

Molto diverso dai “ministeri autoctoni” rotativi, con un sacerdozio di seconda classe, che il vescovo Fritz Löbinger e gli organizzatori dell’Assemblea Straordinaria del Sinodo dei Vescovi per la Regione Panamazzonica vogliono mettere in pratica!

Come si è passati da un modello di Chiesa all’altro, è quanto vedremo nei prossimi articoli.


 

Note

1. https://bit.ly/2FfmF78

2. https://bit.ly/2LIwaj6

3. https://bit.ly/2G3EyWL Vedere dal minuto 1:05:20 al 1:10:07.

4. “Il sacrificio e il sacerdozio sono talmente uniti per volere di Dio che in ogni legge sono esistiti entrambi” (Concilio di Trento, Denz.-Hün. 1764).

5. “Il Pastore eterno e Vescovo delle nostre anime, per rendere perenne la salutare opera della Redenzione, decise di istituire la santa Chiesa, nella quale, come nella casa del Dio vivente, tutti i fedeli si ritrovassero uniti nel vincolo di una sola fede e della carità” (Concilio Vaticano I, Denz.-Hün. 3050).

6. “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20, 21).

7. “Se qualcuno dunque affermerà che il beato Pietro Apostolo non è stato costituito da Cristo Signore Principe di tutti gli Apostoli e capo visibile di tutta la Chiesa militante, o che non abbia ricevuto dallo stesso Signore Nostro Gesù Cristo un vero e proprio primato di giurisdizione, ma soltanto di onore: sia anatema” (Concilio Vaticano I, Denz.-Hün. 3055).

8. Suppl. q. 34, a. 2 y q. 35, a. 1.

9. Utilizza lo stesso vocabolo del Concilio di Trento. La sentenza comune dei teologi oggi è che gli ordini inferiori al diaconato non hanno sacramentalità.

10. Nella sua origine latina, la parola “ministro” significa “servitore”, come in Mt 20, 28: “Filius hominis non venit ministrari sed ministrare et dare animam suam redemptionem pro multis” (“il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e dare la sua vita per la redenzione di molti”).

11. Costituzione Lumen Gentium, n° 31.

12. “Los laicos en el derecho de la Iglesia”, Ius Canonicum, vol. 6, n° 12 (1966), p. 343. Il Codice di Diritto Canonico vigente le distingue alla seguente maniera: “Canone 207. §1 Per istituzione divina vi sono nella Chiesa tra i fedeli i ministri sacri, che nel diritto sono chiamati anche chierici; gli altri fedeli poi sono chiamati anche laici. §2. Dagli uni e dagli altri provengono fedeli i quali, con la professione dei consigli evangelici mediante voti o altri vincoli sacri, riconosciuti e sanciti dalla Chiesa, in modo speciale sono consacrati a Dio e danno incremento alla missione salvifica della Chiesa; il loro stato, quantunque non riguardi la struttura gerarchica della Chiesa, appartiene tuttavia alla sua vita e alla sua santità”.

13. Nozioni di Diritto Canonico, 12° edizione, preparata in collaborazione col Prof. G. Catalano, Milano 1970, p. 89.

14. Enciclica Mystici Corporis Christi (https://bit.ly/2JxBNhl).

15. J.A. Fuentes, “Ministerio sagrado”, in Diccionario General de Derecho Canónico, t. V, p. 385.

16. Ufficio è qualsiasi carica costituita in maniera stabile da esercitarsi, per disposizione divina o ecclesiastica, per un fine spirituale. Le nozioni di ufficio e di ministero – anche se entrambe traducono il vocabolo latino munus – non si equivalgono: ogni ufficio è un ministero ma non tutti i ministeri costituiscono un ufficio (cf. J.I. Arrieta, “Oficio Eclesiástico”, in Diccionario General de Derecho Canónico, t. V, p. 689).

17. L’attuale Codice di Diritto Canonico stabilisce al canone 129: “§ 1. Sono abili alla potestà di governo, che propriamente è nella Chiesa per istituzione divina e viene denominata anche potestà di giurisdizione, coloro che sono insigniti dell’ordine sacro, a norma delle disposizioni del diritto. § 2. Nell’esercizio della medesima potestà, i fedeli laici possono cooperare a norma del diritto”.

18. “A quei tempi, il clero era la prima classe sociale. Non soltanto per il suo carattere sacro, ma anche perché dava alla nazione il fondamento stesso della civiltà. Infatti, un paese senza morale non vale niente; e chi ha risorse naturali e soprannaturali per infondere la vera morale in un Paese è precisamente il clero. Questa è la sua missione specifica; ed essendo la più importante, la più fondamentale, è naturale che la classe preposta a  questa missione sia considerata la prima classe della società” (https://bit.ly/2NIhqDi).

19. Si veda, per esempio, quanto suggerisce un best seller della Belle Époque, il manuale Usages du monde : règles du savoir-vivre dans la société moderne, della Baronessa Staffe, pseudonimo de Blanche Soyer, nel capitolo che riguarda l’organizzazione delle cene: «Se un sacerdote si trova nel numero degli invitati fra dei cattolici, avrà diritto, anche se semplice vicario, al primo posto a tavola, cioè occuperà la destra della padrona di casa. Ancor più, come sacerdote, sempre fra i cattolici, avendo la precedenza persino sulle donne, la padrona di casa entrerà per prima al suo fianco (senza appoggiarsi al suo braccio) nella sala da pranzo e all’uscita. Non si invita un sacerdote se non lo si può trattare con questa deferenza, cioè quando si debba fare questi onori ad un altro invitato». 

20. “Secondo il concetto protestante, non c’era nella Chiesa cristiana primitiva distinzione essenziale fra i laici e il clero, né differenza gerarchica fra i tre ordini (vescovo, sacerdote, diacono), né riconoscimento del Papa e dei vescovi come titolati, il primo del sommo potere di giurisdizione sulla Chiesa universale, i secondi sulle divere divisioni territoriali. Anzi, la Chiesa avrebbe avuto ai suoi inizi una costituzione democratica per via della quale le Chiese locali eleggevano i propri capi e ministri e trasmettevano loro l’autorità spirituale inerente, così come nella moderna repubblica il ‘popolo sovrano’ conferisce al presidente eletto e ai suoi funzionari l’autorità amministrativa. Il fondamento ultimo di questa trasmissione di potere dovrebbe essere cercata nell’idea cristiana primitiva del sacerdozio universale, la quale escluderebbe il riconoscimento di un sacerdozio speciale. Cristo è l’unico sommo sacerdote del Nuovo Testamento così come la sua morte cruenta sulla croce è l’unico sacrificio della Cristianità. Se tutti i cristiani, senza eccezioni, sono sacerdoti per via del loro battesimo, un sacerdote, divenuto tale con l’ordinazione ufficiale, è tanto inammissibile quanto il Sacrifico cattolico della Messa” (Catholic Encyclopaedia, v. Priesthood, https://bit.ly/2XB2bRo).

21. Denz./Hün. 1771

22. Idem 1776. Sull’utilizzo del vocabolo “ministri”, vedere nota 9.

23. Denz./Hün. 2602

24. «Dal momento che il cristianesimo divenne una religione e, diventando una religione, divenne un culto, aveva bisogno di ministri. Numerose riunioni non possono essere tenute regolarmente e frequentemente senza capi, presidenti, supervisori e ufficiali subalterni che ne assicurino il buon ordine. Il collegio degli anziani, più o meno mutuato dalle sinagoghe, era, in ciascuna comunità, ciò che il collegio apostolico era stato prima nella comunità di Gerusalemme. L’attribuzione della presidenza agli anziani era evidente, ed era naturale anche per uno di loro occupare il primo posto nella celebrazione della cena. L’ipotesi di una rotazione di funzionari, di una presidenza esercitata alternativamente da ciascun anziano, che è stata avanzata da alcuni critici, non è autorizzata da alcuna testimonianza e manca di plausibilità. Accanto ai capi, agli anziani, ai presbiteri (sacerdoti) o agli episcopi (vescovi), c’erano ministri inferiori, i diaconi. Quando il ministero straordinario degli apostoli e dei predicatori itineranti e quando l’entusiasmo che suscitarono i profeti cessarono, come dovevano cessare verso la fine del primo secolo, l’incarico di insegnare e la direzione della comunità passarono interamente ai capi residenti, possiamo dire agli amministratori, funzione che probabilmente alcuni di loro esercitavano sin dall’inizio. Solo loro decidevano dell’ammissione dei neofiti e, salvo casi eccezionali, conferivano da soli il battesimo; poiché era necessario organizzare una disciplina di penitenza per i cristiani battezzati, essi ne determinarono le condizioni. La gerarchia dell’ordine, a tre gradi, fu costituita quando il primo degli anziani si distaccò realmente dal gruppo presbiterale e prese per lui il titolo di vescovo» (L’Évangile et l’Église, p. 191-192).

25. https://bit.ly/2S4jFzi

José Antonio Ureta
Nato in Cile, è membro fondatore della "Fundación Roma", una delle più influenti organizzazioni cilene pro-vita e pro-famiglia. Ha lavorato sin da giovanissimo nelle file della TFP (Tradizione, Famiglia e Proprietà) del suo paese e in seguito si è dedicato a diffonderne gli ideali e a formare gruppi TFP in tutto il mondo. Oggi è ricercatore e membro della Società Francese per la difesa della Tradizione, Famiglia e Proprietà. Studioso e docente, è conosciuto a livello internazionale nel mondo cattolico conservatore. Collaboratore della rivista Catolicismo e dell'Istituto Plinio Corrêa de Oliveira di San Paolo, Brasile, è autore del libro Il "cambio di paradigma" di Papa Francesco: continuità o rottura nella missione della Chiesa? Bilancio quinquennale del suo pontificato.

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